giovedì 1 giugno 2017

LA RIVOLUZIONE IN CASA GAVAZZI. La storia d’amore tra Andreina, figlia di Andrea Costa e Anna Kuliscioff, e Luigi , discendente della famiglia dei grandi industriali lombardi. Autore Davide Frontini

Quella che vi presento è una storia d'inizio novecento, dove due mondi, molto distanti fra loro, forse contrapposti, si incontrano grazie all'amore fra un ragazzo, Luigi Gavazzi, e una ragazza, Andreina Costa. Lui membro di una delle più importanti famiglie della borghesia lombarda; lei figlia di due rivoluzionari, Andrea Costa e Anna Kuliscioff. Lui cresciuto in un ambiente profondamente cattolico, lei in una famiglia nient'affatto religiosa.
Questo studio è stato realizzato da un amico, Davide Frontini, che, molto gentilmente, ha acconsentito alla sua pubblicazione sul blog. Lo ringrazio di cuore e auguro a tutti buona lettura. M.B. 


LA RIVOLUZIONE IN CASA GAVAZZI. La storia d'amore tra Andreina, figlia di Andrea Costa e Anna Kuliscioff, e Luigi,discendente della famiglia dei grandi industriali lombardi. Autore Davide Frontini








“Si fermò un attimo sulla soglia, alta, fiorendo nel chiuso abito grigio, il bel volto raccolto nel velo che avvolgeva il cappellino di paglia”.  




Questo l’incipit de La Gironda, romanzo scritto da Virgilio Brocchi nel 1909 [La Gironda, Mondadori, 1945]. Quella descritta è Sofia Dalmi, la protagonista: figlia di socialisti, il padre Paolo è eletto al Parlamento, è innamorata di Guido Dorbelli, rampollo di una delle più importanti famiglie della borghesia milanese. Belle époque che vira al tramonto, un’Italia attraversata da tensioni sempre più forti, un amore intrappolato tra le trincee della lotta di classe; amore impossibile, romantico, sullo sfondo agitato di una società lacerata: un perfetto clichè che si intreccia con le ambizioni del romanzo sociale.

Virgilio Brocchi

Antonio Gramsci lo legge in carcere - lo passa in rassegna insieme a un altro romanzo storico, Il Diavolo a Pontelungo di Bacchelli. Nella sua lettera del 7 aprile 1930 esprime un giudizio lapidario: “vale molto poco, è dolciastro, tutto latte e miele, sul tipo dei romanzi di Georges Ohnet” [Lettere dal carcere, Einaudi, p. 122]. Il raffinato materialismo gramsciano, probabilmente, non digerisce l’inevitabile omnia vicit amor.
 






Oggi ci appare come un innocente oggetto preistorico: ci annoia, certo, ma non ci scandalizza, semplicemente non ci parla. Racconta però una storia, e quella storia ci interessa.

 
Georges Ohnet


È lo stesso Gramsci a rivelarcela: La Gironda “narra le vicende per le quali Andreina Costa sposa il figlio dell’industriale cattolico Gavazzi e il succedersi dei contatti tra i due ambienti cattolico e materialista e come gli attriti vengano smussati”.
 

Sofia Dalmi, la damigella nascosta sotto il cappellino di paglia, nella realtà, è quindi Andreina Costa-Kuliscioff, figlia di Andrea Costa, anarchico rivoluzionario e poi primo socialista a entrare nel nostro Parlamento, e Anna Kuliscioff, esule russa e, insieme al compagno Filippo Turati, figura di spicco del socialismo riformista. Il nostro Guido Corbelli, invece, è ispirato alla figura di Luigi Gavazzi, di quei Gavazzi industriali setaioli, ma poi anche banchieri, amministratori e politici, la cui storia è per molti versi la storia dell’industria italiana a cavallo del secolo.

Brocchi diventò poi amico di Anna Kuliscioff e seguì le vicende di questo matrimonio così bizzarro. Seguì il percorso della figlia Andreina, l’intensificarsi della sua fede cristiana e fu testimone diretto della scelta monacale di due dei suoi figli: Guido e Annamaria, i due primogeniti, approfondirono radicalmente il percorso religioso materno divenendo, rispettivamente, frate benedettino e carmelitana scalza.
Come si vede la storia raccontata dal romanzo non esaurisce l’interesse suscitato dalla storia vera, una storia dall’innegabile valore simbolico. I nonni rivoluzionari e i nipoti monaci offrono certo materiale per un racconto con il quale leggere tante cose, non ultima un brandello significativo del Novecento italiano.
Il nostro racconto non è così ambizioso e si accontenta di seguire il percorso di questo improbabile intreccio. Piuttosto che svelare il significato nascosto di una storia dal troppo invitante valore simbolico, ne segue l’improbabile svolgersi e lascia ai protagonisti la parola - le lettere di Anna Kuliscioff a Andrea Costa, l’immensa e preziosa corrispondenza con Turati; il diario di Luigi, scritto nei terribili giorni che precedono una morte sempre più vicina, e quello di Andreina, scritto invece nelle drammatiche settimane che seguirono; le vivide testimonianze dei nipoti.
Nemmeno noi, però, sapremmo sfuggire al fascino irradiato dalla figura di una di questi protagonisti, e alla presa in conto dell’importanza che ebbe nello svolgimento della vicende che racconteremo: Anna Kuliscioff, il suo insegnamento morale, il suo esempio esistenziale, agiscono nella profondità e nelle pieghe degli avvenimenti paradossali e bizzarri che racconteremo.
 

Anna Kuliscioff e Fipillo Turati
Dietro la figura di questa donna bella e intelligentissima, dal carattere deciso e dall’estremo coraggio, amolti è sembrato di scorgere una vena di misticismo. Lei stessa, raccontando la vita delle sue compagne russe fuggite all’estero spinte dai suoi stessi ideali, ha parlato di una fede umana venata di misticismo. La dimensione mistica, poi, è di sicuro quella che sembra legarla più da vicino alle scelte, all’apparenza così lontane, dei nipoti.
Questa constatazione, però, ha poi offerto lo spunto per interpretazioni un po’ troppo schematiche e necessariamente riduttive. Il racconto dei fatti, la parola lasciata ai protagonisti, hanno lo scopo di far emergere invece la complessità e la casualità di una storia sulla quale Anna Kuliscioff ha lascito un segno più profondo e complesso di quanto lascia intendere un riferimento un po’ troppo semplicistico al suo misticismo.


ANNA KULISCIOFF
 

Anna (Anja) Rosenstein nasce a Moskaja, nei pressi di Sinferopoli, in Crimea. Sappiamo con certezza solo che nasce il 9 gennaio, perché sull’anno i biografi si devono ancora mettere d’accordo: 1854 o 1857? Anche se molti indizi fanno supporre il ’54 (troppe cose avrebbe fatto troppo giovane), Anna ha sempre fatto risalire la sua data di nascita al ’57.
La sua è una ricca famiglia di commercianti ebrei e la sua infanzia scorre serena. I suoi la educano secondo principi liberali abbastanza inusuali. I rapporti con il padre sono ottimi, e tali resteranno per tutta la vita – con lui si incontrerà spesso negli anni del suo esilio.
È intelligente, pronta, sensibile. Negli anni del liceo a Sinferopoli studia la musica e le lingue. Nell’ottobre del 1871 lascia la famiglia e il suo Paese per Zurigo, dove si iscrive al Politecnico (la data di nascita 1857 si scontra qui con una prima difficoltà: studente universitaria a 14 anni?). La Svizzera è luogo di elezione per i numerosissimi esuli russi. Ne incontra molti, con i quali stringe rapporti e amicizie. L’ambiente è eclettico e polifonico. Agli anarchici seguaci di Bakunin si affiancano i “propagandisti” legati ai fratelli Zebunev, i quali privilegiano gli strumenti dell’educazione e della propaganda e ai quali Anna si avvicina.
Dopo qualche timida apertura nel decennio precedente, lo zar Alessandro II decide di mettere un freno al diffondersi delle pericolose idee che, dall’esterno, penetrano i confini russi. Nel 1873 impone a tutti gli studenti di lasciare le università estere e tornare in patria.
Anna, rivoltata e furiosa, torna quindi a casa insieme a un giovane studente, Petr Makarevic, diventato nel frattempo suo marito. Sono gli anni nei quali condivide gli ideali del movimento dell’andata verso il popolo, momento di utopia rivoluzionaria nutrito dall’idea di conoscere e poi modificare la realtà contadina. È un’esperienza fondamentale che la segnerà per sempre: si immergerà con tutta se stessa nelle condizioni reali, drammatiche, delle plebi contadine con uno spirito di dedizione e devozione che lei stessa, riferendolo alle sue compagne, definirà mistico.
Il movimento è duramente represso e praticamente annientato nel 1875.
Nel 1877 viene è coinvolta nel cosiddetto “delitto al vetriolo”: un affiliato del gruppo al quale appartiene, dopo aver tradito i compagni denunciandoli alla polizia, viene da loro sfigurato e ucciso. Anche se non si conosce bene il suo grado di coinvolgimento, resta che per la prima volta Anna si trova di fronte al problema di dare la morte o di riceverla.
Il 14 aprile 1877 lascia la Russia con il passaporto della sorella per tornare in Svizzera.


ANDREA COSTA
 

Andrea (Antonio Baldassarre) Costa, nasce a Imola, in casa Orsini, il 30 novembre 1851. Il padre, Pietro, era un bell’uomo molto intelligente, benché quasi analfabeta, di profonda e praticata fede cattolica. La madre, Rosa, figlia del popolo altrettanto cristiana e devota, morì molto presto, nel 1858.
Andrea bambino e adolescente è quindi cresciuto in un ambiente di intensa religiosità – frequenta il catechismo, la scuola parrocchiale e la domenica serve messa. A scuola va benissimo e don Domenico, sacerdote umanista che ne cura l’educazione morale, coglie subito l’eccezionalità della sua intelligenza. Consiglia il padre di fargli proseguire gli studi; Pietro accarezza l’idea di un figlio prete, progetto accantonato in fretta.
Andrea, infatti, al liceo viene in contatto con le prime sensibilità anticlericali, così diffuse e potenti in questa antica regione pontificia. Nel 1870, poi, si trasferisce a Bologna dove si iscrive all’università. Nella città emiliana respira per la prima volta l’atmosfera di quel positivismo che lo segnerà per sempre. Con Giovanni Pascoli segue le lezioni del Carducci e insieme si infiammano per il poeta ancora in trincea e per il suo ribelle razionalismo, il suo furente anticlericalismo, per le sue idee repubblicane.
 

 
Andrea Costa

Nel 1871 scoppia a Parigi la Comune. Emergono le prime crepe tra i mazziniani al tramonto e le nuove leve socialiste e anarchiche. Costa starà con questi ultimi, influenzato dal pensiero di Bakunin, grazie al quale entrerà poi in contatto con Carlo Cafiero.
La politica lo appassiona e lui ci mette l’anima: è un propagandista infaticabile e un efficiente organizzatore, diffonde il verbo anarchico per tutta la Romagna, e oltre – nelle Marche, in Toscana. Con Bakunin si schiera contro Marx e la prima internazionale; nel settembre del 1872, insieme a Cafiero e Malatesta, fonda la Federazione italiana dell’Internazionale anarchica. 
È in questi anni che prende parte a una serie di moti improvvisati e violenti un po’ dappertutto nel Paese: acquisterà una fama internazionale, ma anche la garanzia di una costante sorveglianza da parte della polizia e di un’infinita sequela di arresti. In carcere studia come un pazzo, impara l’inglese, il francese e il tedesco - e qualcosa anche di russo… La dimensione internazionale del suo progetto politico si coniuga bene con la necessità di sfuggire alla patrie galere: nel 1877 lascia l’Italia.


ANNA, ANDREA, FILIPPO
 

Freschi esuli e fuggiaschi, Andrea Costa e Anna Kuliscioff si incontrano nell’agosto del 1877, in Svizzera. Partecipano entrambi a una serie di congressi dell’internazionale anarchica – a Saint-Imier, Verviers, Gand. S’incontrano poi di nuovo a Parigi, l’11 dicembre, giorno che verrà poi sempre evocato come il giorno “sacro” del loro amore.
Vivranno insieme, in rue Aboukir. Per sopravvivere vendono fiori, il resto del tempo lo dedicano all’organizzazione politica. Costa segue le tracce di Guesde e del suo collettivismo anarchico, ed è molto legato a Malon, eroe della Comune ma già da tempo avviato a un profondo ripensamento riformista. Anna diventa segretaria della sezione parigina della Federazione anarchica francese e, insieme a Costa, collabora alla rivista Egalité. È intelligentissima e bella, impossibile non notarla – da Londra Marx chiede di lei nel marzo del 1878.
Il 22 dello stesso mese l’idillio finisce: i due giovani vengono arrestati insieme a numerosi altri compagni. Questo primo arresto darà la cifra della loro relazione, vissuta più attraverso le lettere scritte della celle rispettive che concretamente consumata (Costa, in modo particolare, dovrà subire la meticolosa caccia all’anarchico diffusa nell’Europa del tempo). Anna si rifugia in Svizzera, a Ginevra e poi a Lugano. Il progetto, però, studiato con il compagno nei loro giorni parigini, è quello di trasferirsi in Italia e svolgere lì la loro attività politica.
E infatti arriva in Italia, a Firenze, alla fine il 30 settembre 1878. E’ immediatamente arrestata (2 ottobre) e condotta nel carcere di Santa Verdiana, proprio quando Costa, libero per un’amnistia, si trova a Lugano. Resterà in carcere tredici mesi, fino al novembre del 1879. L’anno è importante: nell’agosto Costa scrive una lettera Ai miei amici di Romagna pubblicata su La Plebe (3 agosto 1879): è la lettera della svolta. Costa non rinnega le esperienze, i tentativi e le lotte del passato, rivede però le rigidezze del volontarismo ideologico e spinge per una maggiore aderenza alla realtà per comprenderne le forme, le dinamiche e meglio agire su di esse: “Noi trascurammo così fatalmente molte manifestazioni della vita, noi non ci mescolammo abbastanza al popolo: e quando, spinti da un impulso generoso noi abbiamo tentato di innalzare la bandiera della rivolta, il popolo non ci ha capiti, e ci ha lasciati soli.  […]. Rituffiamoci nel popolo e ritempriamo in esso le nostre forze”. Il succedersi delle delusioni per i fallimenti delle insurrezioni anarchiche spingono verso un  nuovo programma politico, non estraneo alla visione e alle riflessioni parallele dell’esule russa, e a partire dal quale Costa definirà il percorso che lo porterà, nel 1882, ad essere il primo rappresentante socialista nel parlamento italiano.
Intanto però i due amanti sono lontani e, di nuovo, solo le lettere garantiscono una continuità al loro rapporto. Nel gennaio del 1880 Anna esce dal carcere e i due si ritrovano. Sono a Bologna dove, a casa di Federico Sutter, si reca un gruppo di amici emiliani. La polizia sorveglia e il 22 aprile saranno nuovamente arrestati. Nelle lettere di quel periodo emerge la sua disponibilità e la collaborazione all’azione di Costa, ma spuntano anche nuove e più private esigenze, il desiderio di maternità: “Anna vive pienamente la sua vita di donna e desidera per amore un bambino che la unisca ancora di più al suo uomo”. Del resto la grandezza del personaggio sta proprio “in questo suo essere compiutamente, anzi dolcemente donna e insieme fermamente votata a una causa politica: non accetta di essere “madre e sposa” soltanto, ma nemmeno accetta la rinuncia ad una vita privata, all’amore, alla maternità” [Addis Saba, p. 31].
Per questo è poi difficile stabilire con esattezza l’inizio e il contenuto della crisi. Il rapporto con Costa progressivamente peggiora, le lettere sempre più risentite e deluse lo dimostrano. Anna misura la differenza tra la situazione drammaticamente arretrata e completamente bloccata della sua Russia e lo scenario politico europeo. Con il nuovo Costa condivide la necessità di accettare la forma di governo liberale come base di partenza per un programma di profondo cambiamento. Quello che li divide, però, è il diverso contenuto attribuito a questa condivisa strumentalità: per la Kuliscioff gli elementi liberali dello Stato sono necessari per garantire la possibilità di una propaganda (la sua andata verso il popolo), mentre per Costa costituiscono invece la garanzia di una conquista del potere [vedi: Pietro Albonetti in, “Saggio introduttivo”, Lettere d’amore a Andrea Costa (1880.1909), Feltrinelli, 1976].
Gli ultimi mesi del 1880 sono però un banco di prova soprattutto per i loro rapporti personali. Lei, coinvolta, innamorata, ne uscirà profondamente delusa: lui, assorbito dall’attività politica, sempre da un’altra parte. Per Anna è un periodo di ripiegamento privato, di ripensamenti profondi.
Nel 1881 si trasferisce comunque a Imola, dai Costa. Cerca di adattarsi all’ambiente piccolo borghese e  clericale nel quale riesce comunque a muoversi con la solita delicatezza e a stringere legami affettivi con il padre di Andrea, con la sorella. Alla fine dello stesso anno, l’8 dicembre, nasce Andreina: “Il nome, crediamo, è stato scelto da Anna non solo, come appare subito, per una dichiarazione di paternità e quindi anche d’amore, ma anche per un atto d’orgoglio. Già Andrea era padre di un altro bambino, Andreino, il figlio di Violetta, la fidanzata anconetana del Costa; ebbene, anche lei straniera, intellettuale, la diversa, è donna, ha saputo essere madre, ha offerto ad Andrea il suo dono” [Addis Saba, p. 54]. In verità la bambina viene registrata, con il nome di Andreana (Rosa, Rosalia), solo dal padre. Il riconoscimento materno, posticipato con tutta probabilità a causa della “delicata” posizione dell’esule russa, avverrà solo dieci anni più tardi.
Anna però non può essere la “sposa romagnola”, la casalinga madre e compagna. La bambina ha appena un mese quando lascia Imola per la Svizzera. È l’inizio della fine del rapporto con Costa; l’inizio, ennesimo, di una nuova vita.
Appena arrivata a Berna chiede di essere ammessa a frequentare la facoltà di Medicina. I suoi nuovi studi la riporteranno poi in Italia, a Torino (dove frequenta i corsi di Lombroso, cui diventerà amica di famiglia), a Padova e a Napoli, dove si laureerà nel 1886. Sono anni difficili, di estrema difficoltà anche economica. Studia, legge e si informa restando sempre politicamente attiva, ma in questi anni è soprattutto mamma.
A Napoli arriva nel febbraio del 1884. Quello napoletano è il periodo più triste. Vive in un albergo, prima di trovare un piccolo appartamento grazie all’intercessione dei suoi nuovi amici, i Bovio. Costa passa i primi di maggio, ma ormai questi incontri inframmezzati di lunghe assenze, di lettere sempre più svelte e superficiali, sfibrano un rapporto che ormai si trascina. Fortunatamente c’è Andreina: “La Nina è cara e bella e m’ama veramente, che cosa si può desiderare di più?” [lettera a Costa, 15 giugno 1884, LAC, p. 286].
A Napoli, però, Anna incontra Turati. Si erano conosciuti per lettera: la Kuliscioff aveva mobilitato il mondo socialista, e non solo, a favore di una grande colletta in favore degli esuli russi e dei perseguitati dallo zarismo. Bianca Pittoni, una giovane socialista amica di Anna e Turati, racconta come Filippo, dopo la morta di Anna, tornava in continuazione su quell’incontro: “Sai, io rimasi veramente senza parola. Anna era bellissima […] un’apparizione di luce…” [in Addis Saba, p. 89]. Anna, invece, dopo pochi giorni di conoscenza scriveva a Colajanni: “L’armonia tra genialità e cuore è così rara, e questo è il dono raro di Turati. L’anima inasprita si riposa incontrando delle nature come la sua e principia a riconciliarsi un po’ col genere umano che nella peggior parte degli individui è una brutta bestia” [Addis Saba, p. 92]. Come sappiamo questo incontro segnerà la vita di entrambi.
Quasi contemporaneamente si consumava la definitiva rottura con Costa. Anna per qualche giorno è in vacanza a Como e di lì, il 4 luglio 1885, gli scrive: “E’ certo che non mi sarà possibile di regolare ogni mio passo secondo i tuoi desideri, dovrei allora rinunciare alla mia libertà, simulare una soggezione che non è umiliante soltanto quando è reciproca e determinata dall’intensità dell’affetto. Né io, né te abbiamo colpa di quello che è stato conseguenza dei nostri temperamenti e delle condizioni in cui vivevamo. Ma certo avremmo colpa se volessimo ribellarci contro le fatalità, che sono conseguenze del passato, e voler mascherare vincoli artificiali. Se il tuo desiderio, che sarebbe meglio di esser morti l’uno per l’altro, non è realizzabile per quella parte di legame che mantiene fra di noi la bambina, credo che possiamo almeno soddisfare a quel diritto di libertà individuale ed a quel bisogno di sincerità che è nelle nostre idee e nei nostri sentimenti. A questo patto anche il raffreddamento non genererà disgusti; non ucciderà spero la benevolenza. E con questo desiderio ti saluto e ti stringo la mano” [Lettera a Costa, 4 luglio 1885]. Anna ha voltato pagina e il congedo è sublime.
Turati le propone di trasferirsi a Milano. Anna rifiuta decisa a portare a termine i suoi studi. Si specializza in ginecologia: nella sua tesi di laurea la Kuliscioff ha ipotizzato l’origine batterica delle febbri puerperali, contribuendo così ad accelerare quella scoperta che salverà milioni di donne dalla morte per infezione post-partum. Si laurea nel novembre del 1886 (tra i 209 laureati è l’unica donna).
A questo punto, sì, può trasferirsi a Milano. Trova casa in via San Pietro dall’Orto n. 18. Turati sta con loro tutto il giorno, andando solo a dormire dalla madre e c’è, ovviamente, anche Andreina. Tenta di entrare all’Ospedale Maggiore di Milano, ma non la prendono in quanto donna. Apre allora uno studio privato, presto preso d’assalto da una marea di povera gente, che poi trova modo di assistere anche fuori dall’orario di lavoro. Mario Borsa, cui Anna curò la vecchia madre, l’ha fissata in una viva descrizione: “Molte povere case della vecchia Milano la vedevano spesso salire, gracile e leggiadra, fino a lassù in alto, al terzo o quarto piano. Erano operaie e bambine, giovinette ammalate, mogli, madri, sorelle di modesti impiegati e professionisti. Tutta gente in pena. La visita della dottora era sempre attesa come una benedizione, non era infatti la visita di un medico. Era qualche cosa di più. La scienza ha scarse risorse, ma una buona parola può essere un balsamo e Anna Kuliscioff la diceva come le sapeva dire lei. Diventava così la consolatrice, l’amica, la confidente di coloro che soffrivano e dei loro cari” [Addis Saba, p. 97]. Anna diventa per tutti la dottora dei poveri.
Finalmente laureata, specializzata, “libera sposa” con Turati e madre di Andreina, Anna a Milano si stabilisce definitivamente. Nell’autunno del 1891 con Filippo si trasferiscono nell’appartamento di Portici Galleria n. 23, dove vivrà fino alla sua morte.


I GAVAZZI

La storia della famiglia Gavazzi è, in un certo senso, la storia industriale ed economica lombarda degli ultimi tre secoli. Ma non solo: Guido Vergani ricorda un vecchio adagio milanese secondo il quale, se si prende a caso una famiglia che conta, male che vada si troverà un Gavazzi almeno nel giro dei cugini. Caratteristiche della famiglia sono in effetti, oltre alla longevità (i primi Gavazzi risalgono al ‘400), le sue profonde e diffuse ramificazioni, imputabili a una filiazione sempre numerosa e a una politica matrimoniale particolarmente accorta. Furono innanzitutto setaioli, quando l’industria serica lombarda fioriva in tutto l’alto milanese, la Brianza e le prime valli prealpine; cattolici convinti, ma non necessariamente schiacciati su posizioni clericali, tanto che il rapporto con le organizzazioni ecclesiastiche non fu sempre facile, e, infine, attenti non solo alla dimensione industriale della loro attività, furono anche banchieri e politici.
Come detto, i primi esponenti della dinastia Gavazzi risalgono al XV secolo. Ne troviamo le prime tracce a Canzo, un paesotto della Vallassina incastrato tra le montagne abbracciate dai rami del Lario, tra Lecco e Como, un poco sopra Erba. Risalendo verso nord si può salire sino al Ghisallo e precipitare poi lungo la discesa che scivola verso il lago e conduce alla rocca di Bellagio. Al centro del paese, circondato da un quadrato di verde, un busto ricorda il cittadino illustre, forse un po’ dimenticato: il “nostro” Filippo Turati è nato qui il 26 novembre 1857. Nel borgo vecchio, invece, resistono robusti i resti delle antiche dimore Gavazzi, da dove tutto cominciò.







La casa abitata dai Gavazzi a Canzo

Canzo, in effetti, si trova al centro di quella che fu una delle più importanti vie della seta, quella che da Milano, passando per Erba, risaliva la Vallassina per raggiungere poi Bellagio. Di lì, risalendo le acque del Lago di Como fino a Colico, il percorso proseguiva per Chiavenna, porta di accesso per la Svizzera e quindi la Germania.
Possiamo dire che la vera storia comincia solo all’inizio del ‘700, quando Carlo Francesco Gavazzi (1688-1733), commerciante, si trasferisce proprio a Chiavenna: a Canzo si produceva, ma il vero centro commerciale era questa città al confine con i Grigioni dove, non a caso, risiedevano molte delle famiglie setaiole più importanti della Brianza lecchese e comasca (i Casanova e gli Omega; i Dell’Oro, gli Agudio e i Bovara). Le notizie su questo primo importante esponente della dinastia sono pochissime. Di sicuro si sa che l’attività commerciale fu fruttuosa e che riuscì a tessere una rete di conoscenze e di legami che la famiglia seppe in seguito mettere a buon frutto.


Il figlio di Carlo Francesco, infatti, fu chiamato da una di quelle famiglie amiche, i Bovara, a dirigere una delle loro più importanti filande, quella di Parè (un piccolo borgo vicinissimo alla città di Valmadrera) . A Pietro Antonio (1729-1797) si può certo far risalire l’ascesa industriale dei Gavazzi: dopo aver diretto, con ottimi risultati, la filanda Bovara, decise di avventurarsi in proprio acquistando a Valmadrera alcuni filatoi. Nasceva così l’impresa “Pietro Gavazzi S.A.”, nucleo dell’attività industriale intorno al quale si costruiranno le fortune della dinastia.  


La filanda Bovara a Parè
Altra figura fondamentale fu il figlio di Pietro Antonio, Giuseppe Antonio Gavazzi (1768-1835), il quale sviluppò e migliorò la produzione delle filande valmadreresi e allargò questo nascente impero industriale acquistandone di nuove - a Bellano, per esempio .

 
Giuseppe Antonio Gavazzi







Lo stabilimento Gavazzi a Bellano, in seguito sede del cotonificio Cantoni


Nel periodo napoleonico Giuseppe Antonio divenne uno dei maggiori produttori di seta, e negli anni Venti dell’800 la sua filanda (detta il filandone) risultava già come una delle più importanti in Lombardia.

 
Foto dall'alto della villa e dello stabilimento Gavazzi a Valmadrera


I Gavazzi ormai si erano stabiliti a Valmadrera. Giuseppe Antonio, forte delle fortune che si stavano accumulando, acquista allora diversi terreni e, dalla contessa Teresa Casati Confalonieri, il palazzo che diventerà la residenza principale della famiglia.


 
Villa Gavazzi a Valmadrera


Lo amplia, lo migliora e lo ingrandisce grazie al sapiente intervento dell’architetto e amico Giuseppe Bovara, il quale interviene anche nei progetti di miglioramento delle filande. 


L'architetto Giuseppe Bovara
Se, come è stato scritto, l’ideologia di fondo della famiglia Gavazzi si caratterizza per “severo conservatorismo cattolico con forti venature autoritarie, non privo peraltro di interessanti sensibilità e genuine aperture sul piano sociale” [voce Dizionario biografico degli italiani], allora possiamo dire che fu proprio Giuseppe Antonio il primo a definirne i contorni. Si occupò delle condizioni di lavoro dei suoi dipendenti, della loro educazione – organizzò scuole professionali per i bambini, asili per i figli delle lavoratrici. A Valmadrera fece quello che più tardi fecero i Crespi a Canonica d’Adda o i Rossi a Schio: sperimentò il modello di “città sociale”, una città di fatto amministrata dall’imprenditore che ne controlla la vita sociale ed economica promuovendo lo sviluppo di strutture sociali e scolastiche.

Se però volessimo rintracciare la figura centrale di tutta la storia Gavazzi, dovremmo allora riferirci a uno dei sedici figli di Giuseppe Antonio, Pietro Gavazzi (1803-1875), quello che non a caso in famiglia viene chiamato Pietro “il Grande”. Operò in anni difficile per l’industria 

 
Pietro Gavazzi


lombarda della seta, colpita dalle ripetute malattie dei bachi. Non si limitò ad accrescere le unità produttive e gli impianti industriali, ma introdusse nelle sue fabbriche una nutrita serie di miglioramenti tecnologici. Con tutta probabilità la sua grandezza consistette nella capacità di far sì che la sua impresa venisse pienamente investita dalla rivoluzione industriale in corso, della quale seppe trarre tutti i vantaggi. Acquistò una filanda a Desio, fu banchiere e ricoprì cariche politiche – nel 1848 fu uno dei membri del Governo Provvisorio di Lombardia e, come tale, uno dei firmatari dell’annessione alla Monarchia di Sardegna.


La filanda Gavazzi a Desio
Di lui si ricorda anche la vita privata, e in particolare il suo matrimonio con Ernestina Pascal, figlia naturale del vicerè Eugenio Beauharnais.
 


Ernestina Pascal

Con Pietro la grande famiglia si divide, al ramo valmadrerese si aggiunge quello di Desio. In questa città della Brianza, infatti, dove aveva già acquistato una filanda, Pietro assegna ai suoi ultimi figli, Egidio e Pio, la direzione della neonata impresa industriale: il 16 



Pio Gavazzi


gennaio 1870 nasce la Egidio & Pio Gavazzi. Tra tutti i figli fu proprio Egidio (1846-1910) il più rappresentativo, quello che più degli altri continuò la grande tradizione industriale dei suoi avi.


Egidio Gavazzi
Nel contesto dell’industria lombarda dell’epoca, la Egidio & Pio Gavazzi rappresenta un’eccezione, non solo per la dimensione e la modernità dei suoi impianti, ma anche per il tipo di produzione intrapresa. Egidio sceglierà di specializzarsi nella produzione di seta per ombrelli e riuscì a espandere il suo mercato anche a piazze difficili come quelle inglesi e francesi.
 

 
Lo stabilimento della Egidio & Pio Gavazzi a Desio


Sposò Giuseppina Biella e, come da tradizione, ebbe una famiglia particolarmente numerosa, composta di undici figli. I maschi vennero coinvolti a vario titolo nelle numerose attività di famiglia, alle quali, dal 1909 si aggiunse l’attività bancaria: Egidio Gavazzi favorì la creazione di una Cassa Rurale, sulle cui fondamenta nascerà poi il Banco di Desio 

 
Giuseppina Biella


Particolarmente impegnato sia nell’attività bancaria sia direttamente nella produzione industriale, il terzogenito, il “nostro” Luigi Gavazzi.

ANDREINA COSTA E LUIGI GAVAZZI 

Il matrimonio tra la figlia dei miscredenti socialisti e il rampollo della famiglia cattolica e borghese si celebrò nel 1904. All’inizio sollevò qualche polemica giornalistica e qualche imbarazzo nei rispettivi campi, ma presto tutto si risolse nel migliore dei modi. Talmente bene e talmente in fretta da lasciare poco spazio allo spunto romanzesco: anche se sulla carta gli ingredienti c’erano tutti, nella realtà la storia di Luigi e Andreina non poteva alimentare la fantasia dello scrittore.
 

 
Andreina Costa e Luigi Gavazzi


Di tutto ciò Brocchi era perfettamente consapevole. Giovane militante socialista conobbe Anna Kuliscioff al congresso di Firenze del 1897, dove la incontrò insieme a Turati: “La rivedo sotto il cappello a cencio, con quel suo inesprimibile sorriso, luminoso di arguzia, di bontà e d’affettuosa ironia, alto più della gente che gli faceva ressa intorno. La signora Kuliscioff pareva sollevarsi sulla personcina per posargli la mano sulla spalla; ed ecco egli Le parlò. Odo la sua voce che non mutò mai né tono, né timbro, né dolcezza quando diceva: Anna!” [In memoria, p. 114].
Dopo la pubblicazione del libro, Brocchi divenne frequentatore assiduo dell’appartamento che Anna condivideva con Turati, al numero 23 dei Portici della Galleria in piazza Duomo, appartamento nel quale la Kuliscioff si trasferì a partire dall’autunno del 1891 – le stesse stanze che ospitavano la sede dalla storica rivista Critica sociale e quindi frequentate dai nomi più illustri della politica e della cultura del tempo. Questa l’emozione della prima volta: “Mi batteva il cuore quando l’ascensore mi depose all’ultimo piano dinanzi all’”appartamento” di Anna Kulsicioff. Premei il bottone del campanello senza accorgermi che la porta era accostata, non chiusa. Un piccolo andito, e di là un’anticamera fatta più angusta da un alto armadio che occupava tutta una parete: si scorgeva a destra una fila di stanze luminose; a sinistra, quasi di fronte a chi entrava, lo studio-salotto che aveva per pareti a sud e a ponente due vetrate; quella di mezzogiorno pareva bloccata dal fianco aquilonare e dalle abbaglianti guglie del Duomo; nell’angolo formato dalle due vetrate posava un largo divano di velluto verde. Vi stava seduta, quasi rannicchiata, la signora Anna, e una raggiera di sole battendole sui capelli già scoloriti ne traeva un vago bagliore d’oro” [V. Brocchi, Luce di grandi anime, Mondadori, 1961, p. 114]. A quell’epoca era già malata. Alla tubercolosi polmonare rimediata nel carcere fiorentino di S. Verdiana nel 1878, si aggiunse un’artrite deformante “che prima le aveva deformato le mani, a poco a poco l’aveva attanagliata alle caviglie, le aveva anchilosato le ginocchia, così che quando ella, venendo dal tinello attraversava il salotto, pareva trascinarsi come una rondine ferita" [Ivi, p. 123].
Tornando al romanzo, lo stesso Brocchi racconta come “ero ancora insegnante a Bologna quando dopo Le aquile, Emilio Treves pubblicò La Gironda, il secondo romanzo della mia trilogia sociale. Ettore Janni lo definì “storia d’amore in campo rosso”: sarebbe esatto se si aggiungesse “romanzo dell’eresie socialiste”, nel quale la passione politica colora, senza determinarla, una doppia storia d’amore; l’amore di una timida figliola di ricchi industriali per un giovane medico socialista; e l’amore di una giovinetta di famiglia socialista per un giovanotto di ricca famiglia cattolica” [ivi, p, 113].
Brocchi ci rivela quindi un elemento taciuto nelle poche righe della stroncatura gramsciana: La Gironda narra, oltre a quella della figlia di Costa e Kuliscioff, un’altra storia, una storia che si spinge un po’ più in là nelle pieghe del conflitto sociale rendendo l’amore davvero impossibile. Succede infatti che l’ardimentoso, virilissimo militante socialista cugino di Sofia, Andrea Cerri, s’innamori, corrisposto, della dolcissima, ma quanto delicata e timorosa Gilda, sorella del Corbelli – per altro legato al Cerri da profondissima amicizia. Luigi e Andreina, il loro amore sereno e tranquillo, si collocano allora sullo sfondo, lasciando ad Andrea e Gilda il compito di interpretare i rispettivi ruoli dell’eroe coraggioso e dell’eroina romantica, bellissima e indifesa. Gli ideali socialisti di lui, i vincoli famigliari di lei; le liaisons dangereuses intrecciate dall’intrigante zia e la presenza ingombrante di un cugino promesso sposo di Gilda; la malattia e la morte di Andrea: ecco i fili con i quali il Brocchi intreccia il suo romanzo sulle eresie socialiste.


Abbandoniamo allora il romanzo e torniamo alla storia vera. Come detto, il matrimonio si celebrò nel 1904, a settembre. La grande famiglia di socialisti milanesi entrò in subbuglio, le malignità si sprecarono; i giornali soffiavano sul fuoco. Una lettera di Anna a Turati ci restituisce bene il clima: “Mio carissimo, per compiere il mio calvario ci è voluto anche il can can dei giornali. Ieri “L’Italia del Popolo” da vera canaglia, volendo colpire me, diede la notizia del fidanzamento di Ninetta con l’aggiunta del matrimonio religioso, dove si rannicchiava la freccia velenosa. Il Suzzi del “Sera” mi mandò non so quale suo reporter per sapere quel che c’è di vero. Io risposi che del vero c’è che i giovani si sono promessi e si sposeranno; in che forma poi, ne sono arbitri essi stessi, e la mia figlia, avendo 22 anni, è libera di agire anche al di fuori della mia volontà. […] E qui tutto sarebbe finito, se il “Corriere”, stupidamente, non avesse oggi accompagnato la notizia con due righe ben ridicole, e cioè che, se è vero matrimonio religioso, la vittoria sarebbe della famiglia Gavazzi" [Lettera di Anna Kuliscioff a Filippo Turati, 22 marzo 1904].


La polemica, però, presto si tacque; le acque tornarono calme e la coppia cominciò così la sua vita tranquilla tra il palazzo Gavazzi di via Brera a Milano [il palazzo non esiste più, distrutto dai bombardamenti nella notte tra il 7 e l’8 luglio 1943. Al loro posto edifici anonimi] e la grande casa di Desio. Luigi si immerse da subito negli affari e nelle numerose attività amministrative e assistenziali. Andreina si prese cura dei cinque figli - Guido (1905), Annamaria (1907), Ernestina, (1908), Egidia (1910) e Pietro (1913). La tranquillità famigliare fu interrotta nel 1914, quando Luigi si ammalò: una nefrite che lo portò alla prematura morte nell’aprile del 1917.


In memoria di Luigi Gavazzi
Come vedremo, quella che ancora nel 1909 poteva risultare al massimo come una vicenda quasi romantica, prese con gli anni la piega di una vicenda esemplare, ad alto contenuto simbolico capace di attirare l’attenzione dei molti per la sua evoluzione imprevista e, in un certo senso, sorprendente – dove non poté il romanzo, riuscì la storia.
Sorprendente, innanzitutto, fu la reazione delle due famiglie. Chi si aspettava la fragorosa collisione tra due mondi opposti restò deluso. L’unico ad opporsi fino in fondo fu Andrea Costa, nonostante gli interventi decisi e lapidari di Anna Kuliscioff. Lo scambio di lettere nei giorni del fidanzamento sono spesso violente. Costa rimprovera all’ex compagna di averlo tenuto all’oscuro e lontano. Anna risponde con fermezza: “Carissimo Andrea, se tu sapessi tutta la storia del fidanzamento di Ninetta, se tu sapessi quanto ho sofferto in questi ultimi quindici giorni, t’assicuro che avresti trovato, se non altro, una parola di compassione e non di offesa per me. […] E ti prego di un’altra cosa; qualunque fossero i tuoi dubbi, di una cosa stai sicuro ed è, che alla Ninetta fu sempre instillata la massima stima, ed il rispetto pel suo padre; l’affetto che ha per te non hai potuto instillarlo che tu, e ti prego caldamente di risparmiarmi per l’avvenire le allusioni offensive, perché sono ingiuste e non meritate” [Lettera di Anna Kuliscioff a Andrea Costa, 22 marzo 1904]. Aveva cresciuto la figlia in perfetta solitudine e spesso nelle più difficili condizioni, certo non poteva accettare rimproveri di sorta. Con Andreina Andrea ruppe i rapporti, praticamente non si rividero più. Rimanevano le lettere, che continuavano a circolare, e le notizie di rimando riferite da Anna. Continuò a chiedere e ricevere notizie dei nipoti, dai quali però non si fece mai chiamare nonno. Nipoti che praticamente non lo conobbero e non lo frequentarono mai – il vero nonno fu Filippo Turati (“Filipin”, come lo chiamavano con voce lombarda), compagno della loro amatissima nonna Anna.


Nemmeno tra i Gavazzi si alzarono barricate. Qualche malcontento tra gli zii e i fratelli di Luigi, già pienamente attivi nelle numerose attività industriali, commerciali e finanziarie della famiglia; forse qualche sopracciglio aggrottato tra le sorelle - l’energica Ernestina Belgiojoso, 

Ernestina e Fanny


l’inappuntabile, e un “poco fredda”, Fanny Dubini – ma niente di più. Il tentativo di spedirlo in America per affari fallì miseramente: Luigi tornò con l’intatta determinazione di sposare Andreina e ai Gavazzi non restò che arrendersi all’evidenza.

Del futuro genero Anna ha da subito un’impressione positiva, opinione che si rafforzerà dopo il matrimonio e col passare degli anni. Una lettera al nipote Guido, scritta a tre anni dalla morte del padre, ce ne offre la conferma: “sono unita nel pensiero d’amore e di devozione a te, alla tua mamma e al tuo impareggiabile papà che ti veglia dall’alto e certo di aiuterà perché tu ti faccia un uomo probo, onesto, nobile come lo era lui…” [Utopia profezia, p 34].
Tra le numerosissime e più che quotidiane lettere che Anna e Filippo si scriveranno negli anni della loro relazione, la giovane coppia fa l’oggetto di preoccupazioni frequenti, di interesse genuino. Luigi è spesso in viaggio per lavoro. Quando capita a Roma rende visita al Turati, il quale lo conduce per musei o lo aspetta per una visita al Parlamento. Se Andreina è con lui incombe invece il gradito obbligo del pranzo in casa degli affezionatissimi Bissolati, Leonida e la moglie Carolina.
Ma i “nonni” Anna e Filippo intrecciano anche con i piccoli Gavazzi un rapporto di complice affettuosità. Il rapporto sarà particolarmente stretto con i due primogeniti, Guido e Annamaria. La loro intelligenza e la loro passione per lo studio furono di sicuro un canale privilegiato per entrare in sintonia con la grande nonna Kuliscioff.
Andreina fu subito ben accolta dalla grande famiglia borghese. Dalle impressioni che si ricavano dalle lettere e dai diari, sembra che anche i Gavazzi accettarono con facilità la moglie innamorata e la madre premurosa. Il padre di Luigi, Egidio, e la madre, Giuseppina Biella, l’accolsero come una figlia. 


 
Egidio Gavazzi


Giuseppina Gavazzi Biella
 
A rompere gli indugi fu quest’ultima. Luigi, dopo il fallito viaggio della speranza cui i Gavazzi sottoposero l’erede nella speranza di un improbabile ripensamento, è di nuovo in America ed è allora con una lettera che Andreina gli racconta dell’avvenuto incontro con Giuseppina Gavazzi Biella. Tramite un biglietto consegnatole dal sacerdote che la stava preparando al battesimo, don Pietro Stoppani, Andreina riceve appuntamento dalla futura suocera nella chiesa del Carmine, in centro a Milano. Andreina riferisce dell’appuntamento in una lettera a Luigi, in quei giorni in America: “Io arrivai prima, ero commossa e agitata come poche volte nella vita; appena entrò, capii che era lei, mi guardò con la sua buona faccia sorridente e io le andai incontro, mi baciò” [Non solo seta, p. 391].


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NONNI RIVOLUZIONARI E NIPOTI MONACI

Ma perché, allora, raccontare questa storia? Il fatto è che nelle pieghe di questa nuova, strana famiglia borghese, la contaminazione socialista finì per produrre effetti imprevisti, conseguenze del tutto inaspettate.
Andreina, cresciuta in un ambiente che, se non fu mai grettamente anticlericale, fu di certo abitato da un positivismo agnostico, da un umanesimo razionalista e integralmente secolarizzato, sposando il cattolico Gavazzi ne abbracciò integralmente la fede. Di più, intorno alla profonda devozione con la quale si avvicinò ai suoi compiti di moglie profondamente innamorata e di madre attentissima, definì un percorso religioso che, specie dopo il dramma della morte del marito, sfiorò un vero e proprio misticismo.
L’amore dei genitori, la loro profonda unione cementata da una fede sempre più profonda come difesa di fronte alla tragedia, influenzarono di certo i cinque figli, tutti ancora molto piccoli. In particolare i primi due, Guido e Annamaria, i nipoti vivaci e intelligenti, i prediletti cui nonna Anna riferisce quasi quotidianamente nella sua corrispondenza con Turati.
Guido, che alla morte del padre volle prenderne il nome e cominciò quindi a chiamarsi Luigi, divenne poi Egidio, meglio: Don Egidio, abate di Subiaco. Annamaria, la figlia che ad Andreina ricordava di più la madre Anna, scelse, se possibile, una strada ancor più radicale: divenne Maria Angela, suora carmelitana presso il Carmelo di Arezzo, convento creato anche grazie ai lasciti del suo passato Gavazzi.
Eterogenesi dei fini? Fallimento delle ideologie? Rivincita di Dio? Che storia racconta questa vicenda paradossale, questo ribaltamento così perfetto? Un cerchio che si chiude, o l’espressione meravigliosa della pura casualità?
Di sicuro non c’è spazio per restare indifferenti. In buona parte grazie anche ai protagonisti – che si parli della storia politica o di quella industriale, è di una parte importate della storia d’Italia quella di cui si parla. E, per di più, di un periodo storico cruciale: con l’Ottocento finisce un mondo, quel mondo liberale che definiva una certa democrazia, elitaria e notarile; una certa economica, nazionale e liberista, pre-imperialistica; una certa modalità di pensare al mondo, la fiducia nel progresso e nella scienza, nella possibile composizione di una società più giusta e più ricca. Quello nuovo, tutto da costruire, verrà dopo. Nel frattempo la straordinaria effervescenza della tabula rasa, del conflitto aperto, dello scontro violento. Crisi vissute come tragedie, illusioni di palingenesi purificatrici credute o fatte credere. Fughe in avanti e tragiche disillusioni, sfinimenti e balsamici ritorni alle origini. Scenario mondiale di cui l’Italia sarà eccezionale laboratorio.
Di questa Storia la nostra storia è rappresentazione esemplare, straordinaria mise en abîme. Elemento centrale, motore e anima, senza dubbio la figura eccezionale di Anna Kulsicioff. La sua passione politica, la lucidità intellettuale; il suo coraggio e la sua forza di donna appassionata, di madre. La complessità del suo percorso, la giustezza delle sue posizioni – sempre, e al di là dei limiti nei quali il suo pensiero poteva muoversi; dell’ansia e della precipitazione che poteva guidare il movimento dei suoi ideali profondi e immutati. La capacità di gestire, con la stessa coerenza e la stessa grandezza, la declinazione politica della sua visione del mondo e gli affetti di intimi, i legami più privati; la capacità di connettere la visione rivoluzionaria di un mondo migliore con la giustizia da applicare qui e ora, in prima persona; la costante sfida al maschilismo e al pregiudizio, la pervicace volontà di imporre la verità del proprio pensiero, e la devozione assoluta dell’amante, la presenza affettuosa della compagna; la vita intellettuale e politica in primissima linea, e la preoccupazione quotidiana, lacerante, per la figlia.
La nonna rivoluzionaria e i nipoti monaci: che storia è? Di nuovo, è la fine di un’illusione troppo grande, un cerchio che si chiude, o piuttosto la straordinaria eccezionalità di una vicenda puramente privata, famigliare?
La Kuliscioff è il personaggio centrale di una storia che ha contribuito a scrivere. Inevitabile, proprio per questo motivo, che qualsiasi lettura che di quella storia si voglia dare debba fare i conti con il giudizio sulla sua figura.

Mino Martelli, nel suo libro intitolato Andrea Costa e Anna Kuliscioff. Rivelazioni sulla coppia da nuovi documenti, sostiene una tesi molto semplice: la storia della famiglia Costa Gavazzi è la storia della rivincita di Dio. Ciò che lega i protagonisti lungo le tre generazioni, “è la storia dei valori di giustizia e liberà  ricercati lungo un secolo da Andrea Costa e Anna Kuliscioff nell’anarchia e nel socialismo, dalla figlia Andreina nella religione cattolica, dai nipoti monaci nell’ascetismo cristiano” [p. 107]. Ma, ecco la tesi di Martelli, il fatto è che “i nonni Andrea e Anna si fermarono a metà strada della ricerca, quindi, della conquista. La figlia e i nipoti giunsero al termine”. Prosegue poi: “la prima generazione lottò contro chi possedeva troppo, la seconda per il necessario, la  terza per non possedersi né possedere. La prima generazione proclamò la libertà dell’uomo anche da Dio; la seconda, la libertà dell’uomo in Dio; la terza, la libertà di Dio nell’uomo, che è assoluta” [p. 107]. Certo, a tutte e tre le generazioni va riconosciuto un unico titolo, quello dell’eroismo. Ma se quello della prima fu un eroismo sociale, e quello della seconda un eroismo domestico, solo quello della terza, essendo un “eroismo senza aggettivi che si chiama santità”, fu vero eroismo. L’eroismo religioso come unica vera e completa forma di eroismo: per quanto gli altri possano essere validi e nobili, non raggiungono comunque l’assoluto.
La posizione di Martelli è una posizione coerentemente cristiana ed è esplicitamente assunta come tale. Al di fuori di questo orizzonte, però, la sua analisi risulta fortemente ideologica e a tratti schematica. Il filo rosso che lega “i rivoluzionari” e “i santi”, in definitiva, sarebbe un comune sentire religioso, un afflato mistico negato e soffocato nei nonni e poi progressivamente emerso e pienamente vissuto dai nipoti. Una religiosità insita e costante nella personalità e nella cultura di Costa e della Kuliscioff che Martelli riporta alla luce grazie alle “rivelazioni” annunciate nel titolo.
Quanto al primo, in verità, ci si limita a ricordare la famiglia di profonda fede cattolica, il rispetto per la religione pur nella rivendicata fede positivista, qualche senile malinconia per gli antichi dì di festa a carattere religioso - “Era festa e non si andava a scuola; il sole splendeva limpido; eravamo vestiti da festa. Che felicità! Tutto ciò è passato ed è bene che sia passato. Ma, purtroppo, noi non abbiamo sostituito nulla, che abbia l’attrattiva, l’universalità, la facoltà di elevazione che queste cerimonie avevano” [Martelli, p. 61] - oppure considerazioni intorno all’idea, per altro assai diffusa, secondo la quale “nel campo morale il Socialismo completa il principio cristiano: non fare agli altri ciò che non vuoi che a te sia fatto, col monito: nessun diritto senza dovere, nessun dovere senza diritto…” [Martelli p. 60].
Più complicato, e interessante, il discorso intorno alla religiosità della Kuliscioff. Che nella rivoluzionaria russa albergasse un potente afflato mistico è indubbio – del resto è lei stessa a riconoscerlo quando, con Virgilio Brocchi, cerca di spiegare la così radicalmente diversa esperienza della figlia: “la generazione rivoluzionaria e positivista, che ha esaurito le energie vitali destinate alla spinta in avanti, spesso trasmette ai figli le energie spirituali  - anzi mistiche – rimaste in essa latenti, ma segretamente operanti, come ogni forza che non esplicata si accumula. […] Parlo di misticismo religioso, ma non è detto che anche la nostra fede umana non si veni di misticismo. Tutte le giovani compagne che con me fuggirono dalla Russia per studiare medicina nella Svizzera erano misticamente ebbre di fede nella redenzione sociale. E mistiche come le più ardenti cristiane furono le mille e mille ragazze nichiliste che hanno affrontato la morte e sofferto inenarrabili supplizi” [Luce di grandi anime, p. 118]. Il fatto è che questa dimensione fortemente sentita e vissuta, l’impossibilità di ridurre tutto al semplicismo materialistico, non assume, come vorrebbe Martelli, connotati trascendenti e quindi religiosi. Certo, l’intera sua esistenza è abitata da una dimensione sacrificale, che influenzerà tutte le sue scelte e che finirà per costituire, presso i suoi cari, il più potente lascito spirituale, ma è una dimensione troppo esposta all’accettazione tragica della nostra troppa umanità per essere semplicemente ricondotta a una trascendenza di matrice cristiana.
Altro limite nell’interpretazione di Martelli è quello di non intrecciare a sufficienza la vicenda famigliare delle tre generazioni con lo sfondo storico sul quale sono costrette a muoversi. Per fare un passo avanti è allora utile recuperare la testimonianza di Tommaso Gallarati Scotti.
Come racconta lui stesso, “nel dicembre 1959 ricevetti da comuni amici la notizia, che mi era sfuggita dai giornali, della morte di Andreina Costa, vedova di uno dei miei migliori amici di giovinezza: Luigi Gavazzi. Si era spenta, ormai vecchia, santamente, col luminoso sorriso della fede, assistita dal figlio padre Egidio Gavazzi, benedettino, abate di Subiaco. L’annuncio di quel pio trapasso si ripercosse in me in modo particolare, perché ridestava un ribollire di passioni politiche del principio del secolo, cui avevo partecipato, ma soprattutto per la conoscenza diretta con le varie figure del dramma spirituale cui la soave donna era stata il centro” [Interpretazioni e memorie, p. 378]. A riattivare i ricordi e indurlo poi a nuove considerazioni fu però l’incontro con un vecchio amico, diventato Presidente della Repubblica: “Alcuni anni or sono, essendo stato invitato a un pranzo intimo al Quirinale da Luigi Einaudi, egli mi raccontò che la mattina stessa l’abate di Subiaco gli aveva prestato il giuramento dei vescovi, e che avendogli Einaudi ricordato le sue amicizie personali con membri della famiglia Gavazzi, “sì” aveva risposto il monaco “ma per parte materna mio nonno era Andrea Costa e mia nonna Anna Kuliscioff”. Questo franco richiamo al dramma storico e spirituale delle sue origini, era parso altamente significativo al presidente della Repubblica, il quale rimase più impressionato quando gli dissi che anche la sorella di padre Egidio si era fatta suora di clausura nelle Carmelitane scalze” [Interpretazioni e memorie, p. 381-382]. Il vivo e orgoglioso ricordo del nipote per i nonni, insieme alla radicale inversione di senso che, rispetto ai nonni, sembrava aver dato alla sua visione del mondo; la conferma di questo ribaltamento generazionale nella scelta altrettanto radicale della sorella, certo non erano elementi tali da lasciare indifferenti.
Con la finezza del memorialista teso a cogliere il senso del mondo che lo circonda, Gallarati Scotti sottolinea quella che definisce come l’ansia di tre generazioni. Innanzitutto è colpito da una straordinaria coincidenza, quella che lega il dramma spirituale di Kuliscioff e dei suoi discenti a quello di un’altra “figlia della tempesta”, Eleonora Duse: “Anche la Duse, un giorno, si era trovata con la sua Enrichetta mutata, diversa, non più sua; posseduta da una fede religiosa che non riusciva a comprendere da che, da dove le fosse venuta… E anche i due figli di Enrichetta – a vent’anni – erano stati chiamati dalla stessa voce misteriosa, ed erano entrati nel medesimo ordine dei domenicani” [p. 382]. Entrambe le donne “appartenevano a una rivolta ideale che non può confondersi col socialismo scientifico, quale dottrina che tutto pretende spiegare come risultato di una evoluzione storica e un adattamento dell’ordine sociale ai bisogni materiali dell’uomo”. Si trattava, in effetti, di un “movimento degli spiriti che penetrava tutto il secolo XIX, coinvolgendo la politica, la religione, la filosofia, la poesia, l’arte, il teatro. Fermento-tormento – ricerca a cui Cristo, anche se apparentemente rinnegato, non era estraneo – perché ovunque vi è travaglio di coscienze ivi è implicita l’ispirazione cristiana”. Ritornando poi al caso specifico di Anna Kuliscioff, sulla scorta, come detto, della testimonianza diretta (“dramma interiore che ho potuto seguir da vicino – partecipe appassionato ed attento del segreto processo delle idee e delle fedi attraverso tre generazioni”), Gallarati Scotti sottolinea come Anna Kuliscioff si era lanciata all’assalto di tutto il vecchio mondo “con un senso quasi mistico, persuasa che come da un incendio, sarebbe emersa alla fine una umanità purificata. Ma sul declino dei suoi giorni (interpretando alcuni suoi discorsi) mi parve cominciasse a dubitare che una fede cristiana ben intesa potesse dare agli uomini ciò che il socialismo non poteva dare… E della felicità interiore raggiunta da Andreina si rallegrava come di cosa sua, poiché – diceva – nell’educazione l’aveva sempre volta verso idee di giustizia e di amore della verità e dei poveri, che sono la base stessa della vita cristiana. Poi venne la terza generazione in cui le passioni e l’angoscia dell’ava si risvegliarono con anelito diverso. Lo slancio vitale delle origini li sospingeva ancora. Era una generazione inquieta che nei migliori e più pensosi aveva sete di assoluto e di rinuncia. La ricerca ansiosa della verità continuava in essi – ma altrove era la loro pace” [Interpretazioni e Memorie, p. 383].
In definitiva, il misticismo della Kuliscioff, la cui dimensione cristiana era implicita (anche se apparentemente rinnegata non era estranea la ricerca di Cristo), si era alimentato della fede secolare ottocentesca in una possibile redenzione sociale realizzata nella storia. Il nuovo secolo, le mutate condizioni, le relative disillusioni, avevano inaridito le speranze, cosicché, quasi naturalmente, la sua inesauribile fiamma spirituale l’aveva spinta verso l’inevitabile ricongiungimento a Dio. Questa fiamma, questa stessa indomita ricerca, si era poi trasmessa, attraverso Andreina, ai nipoti che, quella stessa fame di assoluto, erano finalmente riusciti a saziare nella pace della trascendenza assoluta.
Rispetto a quella di Martelli, l’analisi di Gallarati Scotti è intellettualmente più raffinata e storicamente più consapevole. La spiegazione, però, è la stessa: il paradosso apparente, la bizzarra eterogenesi dei fini dei nonni rivoluzionari e dei nipoti monaci trova un perché nell’intreccio tra la dimensione collettiva - la fine della speranza rivoluzionaria e il riflusso ideologico -, e quella più individuale – il seme religioso racchiuso nel misticismo della grande nonna russa che, grazie alle mutate condizioni, trova poi modo di esprimersi completamente nei nipoti monaci.

La nostra vicenda è indiscutibilmente fatta per attirare l’attenzione. C’è un’evidente dimensione esemplare, una strana circolarità che spinge e leggervi un senso. Senza contare che i protagonisti, da una parte come dall’altra, sono figure centrali, loro stesse cariche di significati profondi. Per questo è facile, troppo facile, derivarne il senso che più ci piace, quello che meglio ci racconta la storia che vorremmo raccontata.
Quello che non convince nelle interpretazioni di Martelli e Gallarati Scotti è il loro contenuto “balsamico”. Quella di Andreina Costa Kuliscioff e Luigi Gavazzi è la storia della possibile soluzione del conflitto sociale in un momento storico nel quale l’ipotesi rivoluzionaria è ancora concreta, quando ancora riscalda gli animi, o li terrorizza. Con toni e sensibilità diversi, entrambe ci propongono uno schema, quello della rivincita di Dio. Quello schema non va tanto rifiutato per il suo contenuto opinabile e, da un punto di vista storico, un poco superficiale, ma per il suo essere, appunto, uno schema.
La loro è la storia di una Storia che ha una direzione e che, come tale, si mangia i suoi protagonisti, li strumentalizza e li riduce. Questo risulta evidente nel caso della Kuliscioff. Certo, il suo mito non viene apparentemente scalfito e, anche per i nostri interpreti, l’esule russa rimane figura eccezionale, straordinariamente affascinante. In una storia che la supera lei incarna la figura dell’eroina tragica, abitata da una passione nobile e coerentemente vissuta, ma passione sbagliata cui, alla fine, essa stessa dovrà misurare la vacuità. Nei suoi ultimi anni di vita il misticismo che aveva alimentato la fede terrena si scontra con la dura lezione della realtà e Anna non può che arrendersi all’evidenza di una forza più grande di lei. Martelli, riferendosi a quanto raccontato dalla figlia Andreina, sostiene che in punto di morte le ultime sue parole fossero rivolte a Dio.
Certo, nello schema della rivincita di Dio, il finale è perfetto. Ma, appunto, lo schema è sin troppo perfetto per essere vero. Fortunatamente non è nemmeno l’unico. Marina Addis Saba, in una sua documentata biografia, ne riporta uno diverso: “Sino ad un’ora prima di morire allontana per l’ultima volta la siringa ed esclama: “E’ inutile, è inutile! Perché volete allungarmi l’agonia?” e aggiunge: “E’ proprio difficile anche morire!”. È lucida dunque sino all’ultimo per comprendere la durezza della vita e della morte, la durezza del distacco: lei stessa alla fine vuole baciare i più cari e infine si spegne: sono le 13,45 del 29 dicembre 1929[Addis Saba, p. 437]. Se fosse un romanzo, certo, preferiremmo questo secondo finale. Il fatto è che anche nella realtà ci sembra più coerente e in sintonia con il personaggio che emerge dalle carte a disposizione – essenzialmente l’immenso carteggio con Filippo Turati, ma anche le appassionate lettere a Andrea Costa, i numerosi suoi articoli (spesso non firmati) su Critica sociale. Tanto nella dimensione pubblica quanto in quella privata, emerge la figura di una donna estremamente coraggiosa, abitata da una visione generosa e appassionata della vita. Questa visione, però, è definita all’interno dei limiti di un’umanità considerata nella sua irriducibile, sublime, prosaicità. Si è spesso sottolineato il contenuto mistico della sua militanza politica, sottolineatura che coglie nel segno solo se correttamente intesa: il suo misticismo non si piega mai alla devozione a un senso trascendente, alla visione di una riconciliazione ascetica, ma è piuttosto l’espressione di una pervicace fiducia nell’umano del quale si considerano drammaticamente i limiti; di una ribadita volontà di restare ancorati a questa terra esaltandone tutte le potenzialità e misurandosi con tutti i suoi limiti. In definitiva, non si potrebbe sbagliare di più legando la grandezza della Kuliscioff a un misticismo inteso come distacco dal mondo. Anche la sua ribadita credenza nell’aldilà appare, se osservata da vicino, come la declinazione di un agnosticismo tragicamente inteso.
Anche noi siamo convinti che raccontare questa storia significhi raccontare, in qualche modo, del testamento, del lascito intellettuale di Anna Kuliscioff. Siamo però anche convinti che sia necessario liberarsi dal vincolo dell’attribuzione di un senso ad ogni costo alla storia che raccontiamo: solo così riusciremo a cogliere davvero la dimensione e la grandezza di quel testamento. Testamento che non fu solo intellettuale, ma soprattutto esistenziale: all’intellettuale, alla militante e alla femminista non si contrapposero mai l’amante e la compagna, la madre e la nonna. In Anna la vita procedette sempre in un miracoloso insieme retto da un forza e un’intelligenza eccezionali. È la sua vita che entra in quella dei suoi cari, che la modifica e la influenza. Ciò che disse e ciò che scrisse non entrò mai in contraddizione con quello che fece, con il modo in cui visse: gli esiti paradossali del suo esempio, forse, non sono così bizzarri quanto sembrano.
E poi c’è la storia, l’assoluta contingenza del suo procedere, la casualità degli eventi. Uno in particolare: la morte di Luigi Gavazzi. In che termini questo episodio drammatico segna il clima, modifica i legami tra marito e moglie, il rapporto con i figli? Nella perfetta libertà del vuoto possiamo disegnare sulla sabbia gli schemi più convincenti: la scelta radicale del ritiro dal mondo dei nipoti, da una parte; la devozione mistica della nonna alla causa di una società più giusta, più libera, dall’altra. Nel vuoto, sulla sabbia. Nella realtà, invece, tra il punto di partenza e quello d’arrivo c’è tutta una vita, di più: ci sono due generazioni. E poi ancora una serie infinita di scelte possibili, di ipotesi mancate e di puro, semplice caso.
I fili da tirare, le conclusioni da trarre, i cerchi da chiudere: sì, ma dopo. Prima lasciamo che la storia ci sveli i suoi segreti.



IL SANTUARIO GAVAZZI

La coppia si stabilisce a Desio, nella grande casa di famiglia. I primi anni sembrano trascorrere serenamente. Andreina è completamente assorbita nella cura dei cinque figli. Della calorosa accoglienza ricevuta, in particolare da parte del suocero, Egidio Gavazzi, troviamo conferma in una pagina del diario di Andreina: “Caro e buon Papà Egidio, che mi accolse nella sua casa con un sorriso e un affetto che non dimenticherò mai e che più di tutti mi incoraggiò alla nuova vita nell’ambiente sconosciuto” [Diario Andreina, 12 febbraio 1918].
Luigi, dopo un breve periodo di tirocinio, decide di dedicarsi alla fase produttiva della fabbrica di Desio, lasciando al fratello Simone la cura dell’amministrazione: “Fu alla fabbricazione, alla visita e al controllo delle stoffe da ombrello che dedicai la maggior parte della mia attività e del mio tempo, poco riservandone alla parte commerciale già molto curata da mio fratello Simone, stabilmente impiantato a Milano” [Diario Luigi, 25 febbraio 1917]. Assumendo in pieno anche l’onere di essere un Gavazzi, si occupa poi anche della cosa pubblica, un obbligo cui si sottopose non ricavandone un gran piacere: “L’uomo d’azione si ricordi che le istituzioni pubbliche ed amministrative sono lo spegnitoio di ogni buona fiamma riformatrice!” [Diario Luigi, 6 marzo 1917 – pomeriggio].
Per lavoro è spesso a Roma, dove reca regolarmente visita a Turati che ce lo descrive in preda a frequenti disturbi allo stomaco - gli stessi che mettono in apprensione la moglie. Turati in una lettera alla Kuliscioff: “Il Luigi è veramente un po’ giù, e il male lo capisco anch’io che è di carattere nervoso, tant’è che, quando per es., era con me, stava bene. Non mi pare che il viaggiare gli giovi” [Carteggio Turati Kuliscioff, Tomo III, p. 712]. Ne è lui stesso consapevole: “Gli anni 1910 – 11- 12 – 13 non furono lieti per me. I miei gravi disturbi di stomaco mi facevano soffrire assai. Ero di umore triste, irascibile, noioso. Andreina ebbe per me ogni sorta di attenzione, di bontà, di pazienza, cedendo con prontezza meravigliosa alle mie talora irragionevoli pretese […]” [Diario Luigi, 23 febbraio 1917].
Si riferisce alle costanti richieste fatte alla moglie di raggiungerlo, a Roma, come visto, ma anche a Rapallo, dove spesso soggiorna proprio per contrastare i suoi dolori. I due vivono i distacchi come adolescenti innamorati. Si scrivono e si cercano in continuazione. Anna li osserva non nascondendo un certo compiacimento. Ce la immaginiamo affondata nel suo verde divano in piazza Duomo, al riparo dal penetrante grigiore meneghino, rispondere a Turati, a Roma con Andreina appena giunta assecondando le suppliche del marito: “Spero che oggi la Ninetta, se non era troppo stanca, sarà andata a cercarti in compagnia del suo consorte, il quale davvero non sembra un marito dopo 8 anni di matrimonio. Tempesta quella povera tusa di telegrammi e fin con tre lettere al giorno, perché essa venga a raggiungerlo, mentre per lei lasciare la sua nidiata fu un vero dolore” [CTK, p. 678].
E la nidiata è già importante: a Desio Andreina ha lasciato i suoi bambini, che nel 1912 sono quattro, mancando solo il piccolo Pietro, che nascerà l’anno successivo. La nonna ha già avuto modo di abituarsi all’idea, con estremo piacere. Sale spesso in Brianza, nelle grande casa borghese, dove passa sempre il Natale: “E’ nonna tenerissima, esentata da cure materiali dalla fragilità della sua salute e dal benessere che circonda la figlia cha ha intorno balie e cameriere, ma si interessa dei bambini, del loro peso, del loro appetito anche come medico, ma soprattutto inizia a stabilire rapporti di comunicazione con ciascuno di loro quando sono un po’ più grandi e cominciano a dire le prime parole. Come tutte le nonne questa bionda socialista racconta ai bambini le favole del suo paese lontano, insegna loro filastrocche in russo e persino in dialetto meneghino” [Addis Saba, p. 206]. Non è difficile immaginare che anche in questo tranquillo interno borghese il mondo finisse per girare intorno a lei.
Quella dei Gavazzi è una famiglia cattolica. La religione è un elemento centrale nella loro educazione e nei rapporti che intrattengono con la comunità che li circonda, nella definizione delle loro scelte politiche come nell’approccio alla loro attività imprenditoriale. Luigi, in questo, è un perfetto rappresentante della sua famiglia. Andreina, come visto, si avvicina tardi alla religione. Il sentimento religioso entra nella sua vita insieme all’amore. Abbraccia la fede insieme al nuovo mondo, alla sua nuova famiglia. Per entrambi il sentimento religioso è vissuto, tutto sommato, in piena coerenza con un’attività mondana pienamente assunta – l’imprenditore e l’amministratore, la moglie e la madre. Non è però in questa dimensione ordinaria che crescono i piccoli Gavazzi.
Nel 1914 Luigi si ammala. Viene immediatamente diagnosticata una nefrite, patologia grave, a quei tempi mortale. L’equilibrio si spezza, la quotidianità si interrompe. Nel quarto anniversario di quella terribile data, il 12 aprile, Andreina ricorda ai figli come il loro padre fosse stato con loro a Milano a vedere al Cinematografo la Passione di nostro Gesù Cristo: “Era partito contento di condurvi a un divertimento e si sentiva benissimo. Io non diedi importanza al sua malessere credendo fosse una leggera infreddatura. Era invece il principio della fine!” [Diario di Andreina, 12 aprile 1918].
La famiglia è costretta a trasferirsi in Liguria – prima a Varazze e poi, stabilmente, a San Remo. È in quel preciso momento che si attiva una religiosità intesa, fonte di speranza e di conforto, garanzia e collante per un legame che si rafforza nel dolore. A quel punto, come ricorda Luigi, la sua casa assumerà i contorni di un Santuario, “dove la generazione novella viene senza fatica, anzi con senso di sollievo e di gioia, imbevuta di religiosità profonda, di fede sicura e quindi di rettitudine e di felicità nell’adempimento di ciascuno ai propri doveri” [Diario Luigi, 23 febbraio 1917].



I DIARI DI LUIGI E ANDREINA

Di questa intensificazione religiosa, di questo vero e proprio abbandono del mondo, abbiamo testimonianza nei diari dei coniugi Gavazzi.
Quello di Luigi è scritto nei mesi immediatamente precedenti la sua morte, tra il febbraio e l’aprile del 1917. Le pagine sono attraversate da una forte carica drammatica: la consapevolezza della morte imminente, la lotta quotidiana contro il dolore, lo sconforto e la disillusione riguardo l’impotenza della medicina, il rimedio della preghiera, la fede come unica speranza. Il senso tragico è intensificato della situazione circostante, con il racconto della prima guerra mondiale che irrompe dalle pagine dei giornali.
Luigi è lucido e la sua analisi in qualche caso preveggente. Dal suo doloroso isolamento osserva la spirale drammatica, il cristallizzarsi sanguinoso di uno scontro che non può che risolversi in tragedia. Il suo mondo e il mondo esterno, la dimensione politica e quella esistenziale: su entrambi i fronti un senso della fine la cui unica forma di ribellione è un poderoso intensificarsi della fede.
È interessante notare con quale spirito si avvicina all’idea di tenere un diario: “Cos’è mai questa mia idea che mi sorge oggi nella mente di scrivere il mio giornale? Condannato dai miei acciacchi a vegetare tra le quatto mura della mia camera senza o con pochissima speranza di un avvenire migliore, cosa potrò io mai notare di interessante, di piacevole a leggere in questo mio giornale? Mi limiterò credo a notare giorno per giorno i miei pensieri, i ricordi del passato, le impressioni quotidiane che suscitano in me gli avvenimenti storici che si stanno svolgendo, le speranze vive e fervide che l’animo mio nutre per un salutare risveglio, nel popolo italiano, del sentimento religioso, fonte di felicità, di reale progresso; noterò con soddisfazione e con gioia le grandi consolazioni che mi manda quotidianamente il Signore a conforto dei miei mali fisici; lo sviluppo promettente dei miei cari figlioli, le opere buone, le infinite delicatezze, le amorevoli cure, che mi prodiga quell’angelo di bontà e di tenerezza che è la mia Andreina. Essa è certamente per me la fonte più abbondante di gioia e di consolazioni, ed io non ringrazierò mai abbastanza la Provvidenza di avermi dato una compagna così assennata, così amorevole, capace di tanto spirito di sacrificio!” [Diario di Luigi, 22 febbraio 1917].
Il diario, quindi, si pone come testamento intellettuale e personale, testimonianza civile del Gavazzi dirigente e cittadino e, insieme, come lascito educativo per i figli e ultima, sentitissima dichiarazione d’amore alla moglie.
Su tutto la fede, la devozione a un vincolo ultraterreno che è il solo a dare davvero senso alle cose del quaggiù: “Di quante cose abbiamo bisogno per farci santi? Di una cosa sola: volerlo. Sì, purché lo vogliate, potere essere santi: non ci manca altro che il volere. […] Nella vita dei santi, che la Chiesa ci propone a modello, vedremo talvolta dei fatti straordinari e della azioni strepitose: ma dobbiamo ritenere che non sono questi fatti, né quelle azioni, che li abbiano fatti santi; bensì la loro fedeltà nel servizio di Dio, e nell’adempimento dei doveri del loro stato” [Le “letture cattoliche” di don Bosco, Liguori, 1984, p. 203]. Le parole sono di don Bosco e non sono qui citate a caso: fedeltà nel servizio di Dio e adempimento dei doveri del proprio stato sono coordinate all’interno delle quali si definisce quell’ascetismo inframondano di declinazione cattolica che costituisce il nucleo del testamento intellettuale del Gavazzi.

In termini generali questa tensione ideale a forte connotazione religiosa fornisce la base per un’educazione che si vuole agli antipodi e controfigura  alla spinta individualistica e all’etica del successo, avversione che caratterizza il sentire profondo dell’intera famiglia – tanto da costituire, per altro, uno dei più evidenti elementi di congiunzione tra le tre generazioni. Un insegnamento però complesso, con implicazione politiche e sociali.
Una componente essenziale del modello salesiano delle origini è la volontà di adattamento ai nuovi ordinamenti statali liberali, anche in nome di un principio di autorità di tipo provvidenziale. Certo, un adeguamento al codice liberale relativo, “plastico”, il cui corollario è la netta distinzione tra le funzioni di comando, riservate alle classi alte, e le funzioni produttive, riservate alle classi popolari – come se con la fine del temporalismo venisse meno anche l’antica struttura gerarchica e l’idea di progresso venisse assorbita tramite un’idea di divisione del lavoro rigidamente intesa. Il circuito salesiano incideva proprio alimentando questa distinzione grazie a forme religiose imbevute di elementi devozionali e nuovi modelli etici sia di tipo lavoristico, sia volontaristico. Due le direttrici: da un lato, l’interiorizzazione di regole di precisione, di disciplina, di ordine, di collaborazione, di senso del tempo, adeguate a un lavoro organizzato in un contesto dotato di rigorose norme interne – tutti elementi che prefigurano l’organizzazione della fabbrica moderna; dall’altro, la ricerca di un equilibrio stabilizzatore tra l’idea di lavoro come fattore di identità e autopromozione personale e la predicazione di un’etica di status dai connotati inevitabilmente conservatori. L’orizzonte di santità cui si faceva riferimento sopra trova qui la sua ispirazione profonda.
Tutti questi elementi emergono chiaramente nella personalità di Luigi Gavazzi, almeno per quello che le pagine del suo diario ci raccontano: il paternalismo “moderno”, fondato sull’idea del lavoro ben fatto; gli obblighi di status e i relativi impegni nel volontariato; una certa idea di ordine e di stabilità.
L’attività imprenditoriale nella “Egidio & Pio Gavazzi” comincia per Luigi nel 1909. Come abbiamo visto, lascia al fratello Simone l’attività amministrativa concentrandosi sulla produzione: “Nessun godimento, nessun piacere maggiore può il mondo offrirci di quello intimo, grande, inesplicabile che ci è offerto dal lavoro industriale e commerciale specialmente se, come quasi sempre avviene, l’opera solerte e continua è largamente compensata dal guadagno e dal fiorire dell’industria”. Un’idea alla quale tiene molto è quella della produzione perfetta: “La produzione perfetta! Ecco la meta che deve prefiggersi ogni buon industriale!”. In definitiva, l’idea del lavoro ben fatto, la quale però acquista il suo vero senso se agganciata a una visione più alta, a una particolare etica del lavoro: “Io penso (e in questo credo di esprimere un concetto originale non condiviso dalla maggioranza dei miei colleghi) che l’industriale non è puramente e semplicemente un faiseur d’argent, ma è destinato dalla provvidenza a compiere una importantissima missione moralizzatrice nel tempo stesso in cui produce ricchezza per sé e per i suoi collaboratori (impiegati e operai). Fedele a questo concetto io ho sempre cercato di improntare i miei rapporti coi dipendenti al maggior possibile spirito di carità evangelica” [Diario di Luigi, 26 febbraio 1917].

Un’etica lavoristica che si accompagna all’obbligo fortemente sentito nei confronti della dimensione assistenziale e solidaristica: “Io credo che il ricco è obbligato dalla legge divina a beneficiare il povero. Oltre alla soddisfazione che si prova nel fare il bene, sta il fatto che i comandamenti di Dio e della Chiesa, ci fanno obbligo formale si soccorrere il prossimo in proporzione alle nostre sostanze”. Un obbligo cristiano cui però deve accompagnarsi l’assunzione di responsabilità sociale, civica e politica insieme. La beneficenza non basta, occorre stabilire quale sia la sua forma migliore e più efficace: “La risposta è non solo difficile ma impossibile a formularsi. Sono encomiabili tutte quelle forme di beneficenza che rispondono a un bisogno sentito. E quindi è da lodarsi tanto chi distribuisce ai poveri generi alimentari, come chi dà loro danaro, tanto chi pensa alla fanciullezza abbandonata, come chi ha cura dei vecchi e dei cronici, delle povere madri di famiglia, degli orfani ecc. Verità intuitive sulla quali non val la pena di soffermarsi. È sotto un altro punto di vista che occorre ben distinguere tra beneficenza e beneficenza: il lato morale!”. Una forte coscienza di status cui deriva una precisa responsabilità educativa: “Io deploro tutte le forme di beneficenza che non hanno contenuto moralizzatore. Sollevare le miserie materiali è un dovere e un piacere, ma guai a noi se in pari tempo non facciamo servire il nostro aiuto munifico ad elevare il tono morale del beneficiato, guai a noi se facciamo completa astrazione delle facoltà moralizzatrici della beneficenza. Nello stesso momento in cui beneficiamo un povero, è nostro dovere dargli qualche avvertimento morale, domandandogli di adempiere con maggiore sollecitudine ai suoi doveri verso Dio, riprenderlo nei suoi difetti capitali, incoraggiarlo a ben fare e fargli capire che saremo larghi di aiuto con lui se egli dimostrerà di apprezzare i nostri savi suggerimenti. Chi dà, acquista il diritto di parlare con la massima libertà, il suo atto materialmente proficuo, gli vale la ricompensa e la stima del beneficiato, il quale è propenso ad ascoltare e a seguire chi gli fa del bene. Di questa fortunata disposizione d’animo del beneficiato, deve approfittare il benefattore per prendere due piccioni con una fava: beneficiare materialmente, migliorare moralmente. L’uomo benefico che rinunci ai suoi diritti nel campo della propaganda morale fa opera stolta”. Il precipitato stabilizzatore e conservatore emerge quindi con chiarezza: “Così, per esempio, la beneficenza in questi tristissimi tempi di lotta di classe, deve sempre avere di mira di attutire i contrasti tra ricchi e poveri, tra classi dirigenti e proletariato. In quale modo? Non si può esporre una regola generale, ma basta avere sempre presente il principio: l’applicazione pratica viene da sé e può consistere in una parola affettuosa, in un avvertimento energico, in una precisa disposizione secondo i casi e secondo le circostanze” [Diario di Luigi, 8 marzo 1917].
Anche dal punto di vista più specificatamente politico l’ispirazione salesiana gioca un ruolo importante: da un lato nell’ispirazione vagamente neoguelfa che individua nella sede papale e nel centro istituzionale della cristianità l’autentico fattore di identità nazionale; dall’altro nell’esaltazione del ruolo della vera religione, e nel rispetto della sua dottrina, come fattori di benessere terreno per gli individui e le istituzioni sociali.
Tutti questi elementi sparsi, corredo di un’educazione ricevuta e insieme di una visione del mondo individualmente elaborata, vengono poi attivati, intensificati e quasi trasfigurati negli ultimi giorni della malattia - la devozione religiosa, prima vissuta nei termini mondani della responsabilità civica e nella dedizione professionali, viene  ora a caricarsi di una dimensione integralmente extramondana; il tutto mentre il precipitare della guerra alimenta un radicale pessimismo, un sentimento di vanità che giustifica l’ipotesi di un definitivo abbandono del mondo: “Dopo un notte tempestosa, una mattina magnifica. Il mare è ancora agitato ma il cielo è sereno, l’aria è trasparente e tranquilla. Io risento subito il vantaggio di questi cambiamenti di tempo; mi pare di essere più leggero, di respirare più liberamente; sento assai meno tutti i miei incomodi e malanni! È del resto un fatto innegabile che da qualche tempo a questa parte sto decisamente meglio. A cosa devo attribuire questo mio miglioramento? Alla cura Kneipp? Sarebbe un po’ azzardato e prematuro crederlo. All’avvicinarsi della primavera? O Piuttosto non vuole essere questo benessere l’effetto benefico di tante preghiere? […] Amo credere che il Signore si ricordi di me, vile verme di questa terra, e vuole concedermi un po’ di tranquillità e di gioia”. Qualche giorno dopo: “Mi convinco ognor di più che non dalla scienza degli uomini posso aspettarmi qualche cosa di buono, ma solamente dall’intervento del soprannaturale io posso ancora sperare un po’ di sollievo!” [Diario di Luigi, 21 marzo 1917]. Il passaggio si è ormai consumato, la fede religiosa non alimenta più una regola di vita attiva elevandosi a solo e unico conforto, unica vera fonte di speranza per una guarigione che ormai è solo nella mani di Dio.
In questo trapasso, in questa impennata mistica, è importante sottolineare la forma particolare la devozione al Sacro Cuore: “Domani si compie il triennio dall’inizio della mia malattia. Sarà festeggiato, per modo di dire, qui e a Milano con preghiere e Messe. Ho speranza di ottenere una Messa dal Cardinal Ferrari. Ne sarei contentissimo perché lo credo un santuomo e ritengo che il Signore ne accoglierà benevolmente le preghiere. Del resto il cuore mi dice che se non subitamente sarò però presto alquanto sollevato dalle mie sofferenze. È il Cuore di Gesù che parla? Non lo so; questo però è certo, che nelle mie piccole necessità quotidiane non ho mai invocato invano il mio caro Sacro Cuore il quale, specialmente in questi ultimi giorni, mi è stato largo di piccole grazie morale e materiali. Dunque abbiamo Fede e coraggio e la speranza conforti i nostri cuori oppressi!” [Diario di Luigi, 11 aprile 1917]. La devozione al Sacro Cuore è uno dei luoghi nei quali meglio si esprime quel sentimento di abbandono del mondo che negli ultimi suoi giorni di vita Luigi è il risultato di un intrecciarsi continuo tra tensione ascetica e disincantato pessimismo civile.
In seno alla Chiesa cattolica è a partire dal XII secolo, e in particolare all’interno della mistica tedesca, che si è sviluppata una forma di spiritualità inspirata al cuore di Gesù. Da un punto di vista strettamente teologico, l’oggetto di questo culto è sia il cuore di Gesù visto come simbolo del suo amore, sia Gesù stesso che, nel simbolo del suo cuore, si rivela agli uomini: “Si dice “cuore” ma si intendono gli atteggiamenti interiori costanti, che delineano il volto di Dio nel volto di Cristo, per giungere, attraverso la duplice via della grazia sacramentale e dell’imitazione, a modellare il cuore dei devoti sul cuore di Cristo, perché è il Salvatore dal cuore trafitto in croce, e per il dono del suo Spirito, che nasce anche un uomo dal cuore nuovo” [dal: Dizionario Enciclopedico di Spiritualità].
Questa particolare forma di devozione, però, ha acquistato anche una forte dimensione politica, in particolare a partire del XIX secolo, ossia da quando vengono rispolverate le visioni di Margherita Maria Alacoque, mistica del monastero della Visitazione di Paray-le-Moniel in Borgogna. Nel 1689 l’Alacoque, riferendosi a una delle sue visioni, affermò che volendo regnare nei palazzi dei principi in riparazione della umiliazioni subite durante la Passione, il Sacro Cuore ha scelto Luigi XIV, re di Francia, come esecutore di questo disegno. Se il sovrano francese avesse adempiuto a quattro condizioni (l’edificazione di una festa liturgica del Sacro Cuore, l’impegno presso il papa per la proclamazione della festa liturgica del Sacro Cuore, la consacrazione della Francia al Sacro Cuore e l’inserimento della sua immagine nella bandiera nazionale), egli sarebbe diventato il nuovo luogotenente della Chiesa - avrebbe abbattuto  e ristabilito il santo impero cattolico capace di sconfiggere tutti i nemici di una ricostituita cristianità. Luigi XIV non esaudì le richieste e, nella sua interpretazione tardo ottocentesca, il castigo divino nei confronti della monarchia borbonica si manifestò nell’esplosione della Rivoluzione francese esattamente un secolo dopo.
È però con Pio IX (il quale, non a caso, provvede alla beatificazione di Margherita Maria Alacoque) che il culto si lega alla ricomposizione di una società soggetta alle direttive della Chiesa contro i nuovi grandi nemici: il liberalismo e il socialismo. Seguirà poi un’interpretazione fortemente reazionaria espressa dalle correnti del cattolicesimo intransigente: non solo la Rivoluzione francese costituisce la punizione inviata da Dio ai Borboni per non aver ascoltato la richiesta divina trasmessa dalla beata, ma la Provvidenza lascerà il flagello della rivoluzione ancora ben operante nel mondo contemporaneo, che continuerà a corrompersi raggiungendo il disastro sociale. Tutto questo a meno che non intervanga un atto di pubblica consacrazione e riparazione capace di riportare a un vero stato cristiano. Nei giorni terribili della Comune c’è un episodio che viene interpretato nel suo valore simbolico come lampante conferma di questo schema: l’unica, anche se provvisoria, vittoria riportata contro i prussiani, è quella ottenuta dalle sole truppe francesi che recavano il Sacro Cuore nel loro stendardo. Alla fine della guerra, a Montmartre verrà innalzata la Basilica del Sacro Cuore.

Per quello che però maggiormente ci interessa, è nel corso della prima guerra mondiale che la devozione al Sacro cuore manifesta i suoi più espliciti risvolti politici: ambienti cattolici di diversi paesi (in Italia il Gemelli e il gruppo intorno all’Università cattolica) non la proporranno solo come pratica consolatoria nel generale disastro bellico, ma indicheranno nel pubblico riconoscimento di una formale consacrazione nazionale al Sacro Cuore – ossia: accettazione del ruolo direttivo della Chiesa sul Paese – l’indispensabile premessa della vittoria. Conseguente sarà la posizione di Benedetto XV durante le fasi del conflitto: egli mostrerà la necessità di una subordinazione di tutti gli Stati alle indicazioni del papato, come il solo deterrente per gli irriducibili contrasti, come unica garanzia per una pace giusta e duratura.
Il 21 febbraio Luigi sfoglia le pagine de Il Giornale d’Italia che riportano una pausa nelle azioni belliche. Lucidamente osserva: “Non bisogna illudersi: l’umanità è alla vigilia della sua più dolorosa passione”.


Senatore Lodovico Gavazzi (1857 - 1941)
Riferisce di una lettera scritta al cugino Ludovico Gavazzi in quegli stessi anni senatore del regno. La sua posizione pacifista è eterodossa, ma le giustificazioni inappuntabili: “A cosa serve, a cosa porta questo inutile bagno di sangue? Non si è forse capito che nessuno potrà veramente prevalere?” E, se questo è vero, allora “perché non intendersi, perché non sottoporre la questione all’arbitrio del pontefice?” Qualche giorno dopo, in seguito al riprendere del conflitto e dell’entrata in scena dei sommergibili tedeschi, si chiede: “Verrà o non verrà la carestia? […] Io aspetto ansiosamente qualche solenne e pubblica manifestazione del Pontefice. Certo egli lavora nascostamente e silenziosamente: ma se agisse ora apertamente avrebbe con sé il mondo intero! Speriamo, speriamo!”   [Diario di Luigi, 6 marzo 1917].
La stessa fede nutrita dal pessimismo che caratterizza anche la sua repulsione per qualsiasi speranza rivoluzionaria. Il drammatico spettro della Comune docet: “Le cronistorie di quell’epoca dolorosa per la Francia, è interessantissima. Quante aberrazioni, quanti spropositi, quanti delitti perpetrati in nome del progresso e della libertà! E il povero popolo, sempre ignorante e sempre turlupinato, fatto zimbello della passionalità e partigianeria di pochi imbroglioni, muove l’animo alla compassione e allo sconforto! Possibile che l’umanità sia sempre così bambina, così ingenua? Quando comprenderà il popolo che non nelle ribellioni violente, ma nel tranquillo e lento lavorio dei tempi, nell’ordine e nella pace può l’umanità progredire verso più alti destini e la società evolversi e migliorarsi? L’anarchia, l’empietà, i moti violenti, non giovano a nulla anzi risospingono l’umanità verso la barbarie e verso la miseria! Eppure tante lezioni a che hanno giovato? Il popolo è ancora oggi impulsivo, irrequieto, ribelle, si lascia ancora oggi sedurre dalle lusinghevoli promesse dei demagoghi ed è sempre pronto a versare il proprio sangue per la più ingannevole utopia di cui gli venga fatta balenare come possibile la realizzazione” [Diario di Luigi, 15 marzo 1917].
La malattia, la progressiva perdita di fiducia e lo spettro della morte ogni giorno più concreto: Luigi riversa nella devozione religiosa l’unica possibile speranza. All’intensificarsi della sua fede corrisponde l’edificarsi di un “santuario” nel quale l’angoscia del malato si alimenta di pessimismo politico. Il testamento spirituale che i suoi figli ricevono è quello concepito da un uomo che ha completamente abbandonato il mondo, un mondo rispetto al quale, ormai, si sente sempre più lontano.



Il tono e il contenuto del diario di Andreina sono completamente diversi. Inizia a scrivere il 5 giugno 1917, a un mese e mezzo di distanza dalla morte del marito. Il senso di perdita e il vuoto lasciato l’accompagneranno per sempre, ma certo quelli sono ancora giorni di soffocante dolore, di vera e propria disperazione.
Si aggrappa alla cura dei figli alla gestione del delicato equilibrio domestico come a un sacrificio, come a una vera e propria forma di devozione. La sera, quando finalmente si ritrova da sola, libera di abbandonarsi ai suoi pensieri, ecco che la pagina bianca e la scrittura le regalano gli unici momenti di sollievo. La morte, la speranza di un ricongiungimento con Luigi, sono i soli pensieri capaci di alleviare l’intollerabile sofferenza. È in questi termini che entra in gioco la religione. Un rapporto non privo di una certa ambiguità: la certezza di una vita nell’aldilà usata per alimentare l’egoistica speranza di un imminente ricongiungimento. Dimensione strumentale della quale Andreina è consapevole, e che le procura profondi turbamenti.
Del resto è evidente che proprio nel complicato rapporto con la religione emerga un tratto essenziale del suo carattere, una fragilità cui non è estranea l’ingombrante presenza di una madre come la Kuliscioff. Anna la vede occupata, integralmente assorbita dai suoi doveri domestici e crede di poter interpretare questi come i segni di un suo “ritorno alla vita”. Andreina risponde: “Cara cara mia buona mamma, se credere questo ti tranquillizza sul mio conto, credilo pure, ma non è così, e non sarebbe certo questa la mia salvezza e il mio conforto. No! Più anzi riesco a distaccarmi da questa terra e più posso essere serena; quando piango, quando soffro di più? Quando mi abbandona l’idea della gioia che mi aspetta nel nuovo incontro col mio Luigi, e penso solo che di gioie terrene non ne avrò mai più! Non augurarmi dunque, mia buona mammetta, che di nuovo mi attacchi alla vita. Sarebbe la mia rovina e sono tanto convinta che non è in questa terra che dobbiamo trovare la gioia, che a nessuno dei miei figlioli auguro gioie terrene, a nessuno. Sono troppo amare tutte le gioie di quaggiù!” [Diario di Andreina, 28 luglio 1917]

Emergono qui con chiarezza la cifra e il senso che Andreina attribuisce al suo abbandono del mondo, alla sua devozione religiosa. Ma quello che risulta ancor più interessante è misurare qual è l’origine profonda di questa disposizione alla rinuncia. Sempre in quel passaggio del diario, Andreina ammette: “Mi spiace di dire questo per la mia mamma, ma è inutile, per persone mediocri come me non ci può essere nulla che sostiene moralmente se non la Religione. Grazie, grazie mio Dio, che mi hai fatto incontrare quell’Angelo che mi ha staccata dal mondo…” – dove l’angelo, ovviamente, è il suo Luigi  [Diario di Andreina, 28 luglio 1917]. Certo, è facile per noi pensare che questo senso di inferiorità sia attribuibile più a un’eccezionalità della madre che a una mediocrità della figlia, fatto sta che questo aspetto deve certamente aver giocato un ruolo. Ne abbiamo indirettamente conferma nella parole della stessa Kuliscioff. Nel difficile momento in cui deve comunicare a Costa il fidanzamento di Andreina con un Gavazzi, e del loro futuro matrimonio religioso, Anna usa queste parole: “Sì, hai ragione, è una gran malinconia di dover convincersi che noi non siamo i nostri figli, e che essi vogliono far la loro vita, astrazione fatta dei genitori, come l’abbiamo fatta noi ai nostri tempi. La malinconia non proviene da quel piccolo incidente di matrimonio religioso, ma dal fatto che la nostra figlia non ha né l’animo ribelle, né il temperamento di combattività. È una povera bimba buona, gentile, abbastanza intelligente, affettuosa, creata per la famiglia e per avere figli propri”. E poi ricorda il periodo nel quale, in carcere, riceveva quotidiane visite dalla figlia: “Essa non fu mai socialista, né miscredente: nel ’98 fece voto alla Madonna perché non fossi condannata, la Madonna non l’ascoltò, allora pregava un Dio astratto. Per essa, dunque, non c’era né tradimento alla propria coscienza, né dovere di coerenza che combatte sulla breccia per un ideale lontano in contrasto con la società” [Lettere d’amore a Costa, p. 343]. Parole affettuose, di estrema comprensione, scritte per di più con l’obiettivo di colpire nel segno: ammansire e convincere un padre furioso. Parole però che ci dicono anche che il senso di inferiorità, probabilmente, non era solo il frutto di una malsana proiezione.
Fino agli anni dell’incontro con Luigi la vita di Andreina è quella di “una ragazza affettuosa e sensibile, attaccatissima alla madre e a Turati, [che] sembrava non aver risentito dei traumi dell’infanzia, dell’allontanamento del padre, degli anni passati in collegio” [Addis Saba, p. 194]. La sua adolescenza trascorre quindi abbastanza serenamente, e lo stesso Luigi, nel suo diario, la ricorderà in quegli anni “avvezza a imperare, a comandare, a vedersi in ogni modo vezzeggiata dalla mamma sua desiderosa sempre di evitarle ogni amarezza, ogni disinganno” [Diario di Luigi, 23 febbraio, 1917].
Eppure, per quanto avvolta nell’affetto materno, dalla benevola e rassicurante presenza di Turati, e da un ambiente estremamente ospitale (tutta la “famiglia socialista” della madre sarà con lei sempre estremamente calorosa), Andreina evidentemente non si sente a casa. L’impossibilità di condividere la passione ideale, il mistico trasporto intellettuale di Anna, la lasciano sostanzialmente sola e, in alcuni casi, esposta alla difficile gestione della sua differenza. È quello che succede quando un episodio le farà comprendere per la prima volta cosa significhi essere la figlia di Anna Kulisciff e Andrea Costa.

Dopo il liceo Andreina si iscrive all’Università di Bologna: vuole fare il medico. Le cose sembrano andare per il verso giusto. Anna si spende per trovarle una sistemazione e, grazie alla mediazione di Prampolini, la Ninetta trova una stanza. Qualche giorno dopo, tuttavia, la padrona di casa si accorge che la ragazza è “socialista e senza religione”, e per di più nata da un rapporto irregolare. È un doppio choc: per Andreina, che sino a quel momento ha vissuto al riparo in un ambiente di amici che non le hanno mai fatto prendere in considerazione la sua situazione “irregolare”; ma è uno choc anche per Anna, nella quale affiorano assillanti rimorsi. Così reagisce alla notizia in una lettera a Turati: “La proprietaria di casa dove sta la Ninetta chiamò la padrona che le dà la camera, mettendole questo ultimatum: o via lei, o mandar via quella ragazza senza religione e socialista. La Ninetta, che si trovava così bene dov’è, piange, si dispera, sapendo ch’io non posso venir a Bologna col freddo che fa, e non so come andrà a finire questa imprevista seccatura” [Amore e socialismo. Un carteggio inedito, La Nuova Italia, 2001, p. 106].
Anna “è vissuta liberamente pagando il prezzo altissimo per conservare anche nel privato la sua coerenza socialista, non ha messo in conto però il prezzo che sua figlia, ignara, deve ora pagare al filisteismo della società” [Addis Saba, p. 196]. Nella stessa lettera scrive a Turati chiedendo di intervenire e di esercitare qualche pressione mettendo in gioco l’autorevolezza e il peso della sua carica parlamentare: la cosa, in effetti, finirà per sistemarsi.
Per Andreina la scelta di Bologna aveva anche significato dimenticare Luigi: “ella aveva già capito, forse, quanto fosse difficile nella sua condizione di irregolare aspirare ad avere una sua vita di donna, sposarsi, avere dei figli soprattutto col ragazzo cui si sentiva legata”, ossia quel Gavazzi rampollo di una delle più importante famiglie della borghesia milanese. “Dopo l’episodio di Bologna la situazione si fa grave, Ninetta non regge all’urto e manifesta i sintomi di un disagio psichico sempre più acuto” [Addis Saba, p. 196]. Anna interviene, cerca di distrarla. Nella primavera del 1901 passano insieme qualche giorno a Firenze e, dopo l’estate, un altro tentativo: Andreina si iscrive a Roma, sempre alla Facoltà di medicina. Vive in casa Bissolati, con Leonida e Carolina che la trattano come una figlia. In quei giorni Anna spera che Costa, deputato in Parlamento, possa trovare qualche momento da dedicare alla figlia. Ma il padre non sarà un grande sostegno: “Ninetta non riesce ad ambientarsi a Roma nella pur accogliente casa dei Bissolati; eppure tutto l’entourage socialista, considerandola una sorta di mascotte, ha usato alla figlia di Anna, di Costa, di Turati, ogni sorta di gentilezza […]. Ma la ragazza, lontana da Milano, si rendeva conto che il suo sentimento la portava verso un suo compagno di liceo, un ragazzo che sembrava assolutamente proibito per lei sognare come marito” [Addis Saba, p. 197].
Alla fine non regge e torna a Milano. Anna si rende conto della sua sofferenza, non volendo confidarsi con Turati nel timore di esagerare sempre troppo con le sue preoccupazioni materne, scrive a Bonomi: “Andreina ha tanto dolorato e fu in preda a malinconie ultramorbose”. Constatare tanto dolore alimenta il suo rimorso: [Lettera di Anna Kuliscioff a Bonomi del 4 ottobre 1903, cit. Addis Saba, p. 197].

Nell’estate del 1903 Anna aggiorna Costa: “Ora pare che stia un po’ meglio, ma in complesso quella povera bambina, nonostante l’aspetto florido, ha i nervi deboli, esauriti, malati. Forse le capitasse la fortuna di voler bene a qualche giovine, se potesse avere una sua famiglia, chi sa se non si sentirebbe più contenta nella vita? Il guaio però è ch’è troppo attaccata a sua madre, non si trova bene che a casa sua. […] Povera bambina! Così affettuosa e buona, che proprio meriterebbe d’essere un po’ contenta nella vita, come sarei felice, se la vedessi a posto, non tormentata dal pensiero, ch’è una povera spostata. Povera Ninina!” [LAC, p. 340].
Probabilmente Luigi aveva già ricominciato a frequentare Andreina e, chissà, magari Anna sta cominciando a preparare il terreno. In ogni caso la notizia del fidanzamento arriva per lei come una straordinaria liberazione. Pensa alla felicità della figlia e l’origine sociale del fidanzato le interessa molto poco. A Costa, con il quale ha in quei giorni dei violenti scambi epistolari, lo descrive così: “Il giovine è buono, simpatico, operoso, lavoratore, ha 24 anni ed è innamorato, come vidi pochi giovani che siano capaci d’esserlo”. Ancor più dettagliata la descrizione che ne dà a Turati in una lettera del 17 marzo 1904: “Mio Filippo, vorrei raccontarti di tutte le mie agitazioni, e delle notti insonni di quasi tre settimane, ma te le dirò a voce. Oramai mi pare posso dormire tranquilla, perché le cose per l’avvenire della Ninetta pare s’avviano bene, sebbene fino a oggi ne avevo dei dubbi. Il giovine è il Gavazzi, che tu vedevi durante due anni in casa, quando studiava colla Ninetta nella II e III liceo; egli s’innamorò allora e rimase fedele. Ora ha 24 anni, è dottore in chimica, ed ha una sua azienda con un brevetto di invenzione propria. Lavora con slancio e tenacia, malgrado i milioni del padre”. I dubbi e le preoccupazioni riguardo la reazione dei Gavazzi, elemento che aveva scatenato i dubbi di Anna, vengono meno: ora la questione fu la sua famiglia, ma egli era deciso, che, se non davano il consenso, si sposava lo stesso. Ieri fu una lunga conversazione con genitori che gli dissero: che la tusa, s’è prescelta da lui, dev’essere una brava ragazza, che loro la tratteranno come gli altri figli che escono fuori di casa, che ammogliato la famiglia sua sarà parte della famiglia loro. […] Stamattina la madre andò col ragazzo a scegliere l’anello di fidanzamento, ed oggi è avvenuto il primo sposalizio simbolico col primo anello della catena coniugale. E’ un ragazzo buono, allegro, simpatico, ma soprattutto quel che mi rallegra è che è innamorato e lavora” [Carteggio TK, Tomo II, p. 162].

Tutto questo ci offre qualche elemento in più per comprendere come il possibile scontro di civiltà tra la miscredente socialista e il cattolico conservatore abbia invece creato le premesse per un menage famigliare assolutamente cordiale, un interno borghese con nonna Anna piacevolmente accolta nella casa di Desio, o nella residenza in riviera; ospite sempre gradita e perfettamente integrata. Il matrimonio di Andreina significava per lei la fine di un incubo, l’epilogo di un lungo travaglio alimentato dal senso di colpa: “Dacché la Ninetta non è più un’infelice spostata, ma ha trovato l’affetto d’un giovine buono, affettuoso, lavoratore, attorniata da una famiglia particolarmente modello, che le vuole bene, come ad una figlia propria, t’assicuro che l’anima mia si è rasserenata. Non desidero e non aspetto più nulla nella mia vita, morirò serena nella speranza che la vita della nostra figlia trascorrerà piana e lieta, come lo fu in questi tre anni di matrimonio. Piansi molto nella mia vita ed ora, a 50 anni, mi pare arrivata in porto a riparo da tempeste, che spero non si ripercuoteranno più nel mio cantuccio, e la mia nave, molto avariata, non avrà che da calare lentamente in fondo, dove non si sente più nulla” [LAC, p. 346]. Qualche anno dopo (1915), in una lettera a Turati descrive il suo soggiorno a Desio – Luigi è già ammalato, ma in quei giorni sembra stare meglio: “Il tempo qui è splendido, Luigi va migliorando di giorno in giorno, e bisogna vedere come si è rifatto durante queste tre settimane, dacché cominciò il miglioramento; i bimbi festeggiano il “nonnino” con grandi effusioni e vorrebbero ci stesse almeno un mese; la Ninetta è lietissima di sentirsi per pochi giorni bambina anche’essa: e per coronamento di tutto anch’io, in questa temperatura di 20°, sto molto meglio. Sono ospitata nella grande stanza da letto, dove pranzammo pel Natale, ho il bagno caldo alla mattina, e tutto sommato si sta molto bene. […] I fioeu ti salutano tanto, i bimbi ti ricordano sempre, e Guido fa il progetto di andare con te in montagna” [Carteggio TK, Tomo III, p. 6].

Quanto ad Andreina, l’amore per Luigi riempie un vuoto. La calda accoglienza in casa Gavazzi offre un rifugio sicuro, i figli il progetto di un futuro sereno, finalmente abitato di quotidiana, tranquillizzante, normalità. La religione, in questo preciso momento, è ancora solo il filo rosso che lega la trama di questa esistenza ritrovata intrecciandone il racconto: all’inizio, la fede accompagna e sostiene una vita nella quale l’amore per Luigi è ancora la dimensione esclusiva.
Poi la malattia rompe l’equilibrio, così come rompe la perfezione del quadro famigliare. È a questo punto che irrompe una nuova, potente, ispirazione religiosa. Luigi, alle prese con la gestione della sua improvvisa infermità, con la drammatica rinuncia alla sua vita attiva e costretto a confrontarsi con lo spettro della morte, ne ricostruisce l’evoluzione in una pagina del suo diario: “Particolarmente interessante e consolante in quel periodo di tempo è il risvegliarsi e intensificarsi in modo eccezionale del sentimento religioso nella mia Andreina. Essa è sempre stata, io credo, un’anima profondamente mistica, nonostante sia cresciuta in un ambiente areligioso per quanto non anticlericale. Fanciulletta ancora e giovinetta, studentessa di liceo e di università, essa sentivasi spesso trascinata alla chiesa da una forza ignota, ed ivi se non pregava ignorando le sublimi formule delle preghiere cristiane, trovava cionondimeno la via che innalzava l’animo suo verso il Creatore, in un inno silenzioso di amore, di speranza e di fede. Non invano scorre in tutti noi il sangue dei Santi e dei Martiri che ci generarono. Non si cancella d’un tratto l’impronta che nell’animo nostro hanno impresso le innumerevoli generazioni di credenti che ci hanno preceduto e dalle quali direttamente procediamo. Quando Andreina, all’epoca del nostro matrimonio (1904) ricevette il battesimo dalle mani di S. E. il Card. Arciv. Di Milano, essa non si accinse ad una formalità necessaria e inevitabile, ma sentì subito l’importanza e la serietà dell’atto, e se non ebbe forse, fin dai primissimi tempi, il dono di una fede completa e illimitata, pure fin dall’inizio della sua vita cristiana, intuì la bellezza della nostra Religione ed il soave conforto ch’essa sola può darci nelle avversità della vita. […] A poco a poco, la grazia Divina inondò il cuore e la mente di lei, la fede si fece in lei sempre più gagliarda e sicura, si avvicinò con sempre maggiore frequenza ai Sacramenti, ritraendone sempre maggiore fervore e serenità d’animo. I dispiaceri, come spesso avviene, accentuarono la sua inclinazione per una vita intensamente religiosa”. Luigi ricorda come già alcune prove – la morte del padre e dell’amato suocero, entrambi nel 1910 - avessero contribuito a fare di Andreina quella femmina forte del Vangelo che intende la vita come “una sublime battaglia contro le nostre prave tendenze, contro le insidie del mondo, contro le innumerevoli avversità, che seminano di spine la via che conduce alla perfezione della beatitudine! Che la Religione e solo la Religione abbia contribuito a questo salutare perfezionamento nell’animo della mia Andreina, niuno può metterlo in dubbio. Io certamente non ero in grado di infondere nessun sentimento buono, nell’animo di chi era dalla necessità costretto ad avvicinarmi e a subire le deplorevoli odiosità del mio carattere reso irascibile e ingrato dalle mie tristi condizioni di salute. La mamma sua buona ed affettuosa sempre, ebbe in quel periodo rare occasioni di trovarsi con lei e non avrebbe ad ogni modo potuto esercitare una azione profonda su di un animo decisamente orientato verso idealità troppo diverse dalle sue. Il mio parentorio, benevolo sempre anch’esso e pur fortemente simpatizzante per lei, non avrebbe tuttavia né osato, né potuto imprimere alcun indirizzo al suo cuore, alla sua anima. Fu dunque la preghiera, la fede, furono le pratiche religiose che assistettero e sostennero la mia Andreina” [Diario di Luigi, 23 febbraio 1917].

Eppure la dimensione “mistica”, la devozione sacrificale e l’integrale adesione alle fede, ma anche alla pratica cristiana, Andreina le raggiunse solo negli ultimi anni della malattia di Luigi, quando cioè, con tutta la famiglia, si trasferirono a Villa Bracco a San Remo: “Come ho detto in principio, fu qui a San Remo, nei primi giorni del nostro arrivo, che il [suo] sentimento religioso si accentuò quasi improvvisamente a edificazione mia, dei parenti, di quanti furono testimoni di questa magnifica rinascita di fervore e di fede. Fede tranquilla ma forte, sicura benignamente contagiosa. Io stesso ne fui influenzato benevolmente e se non potei per le mie condizioni di salute aspirare a giungere come essa arrivò in breve, alla Comunione quotidiana, alla denotazione quotidiana e alla preghiera intensa e sempre viva in ogni istante di tranquillità e di affanno, in ogni lieta e triste circostanza, pure è innegabile che anch’io, a partire da quell’epoca fui, per imitazione e per contagio, più fiducioso in Dio, più sereno, più rassegnato ai decreti della Provvidenza e sempre più confortato dalla frequenza ai Sacramenti”. Un “contagio” che non si limitò al marito ma che coinvolse tutto il nucleo famigliare, trasformandolo in una sorta di “santuario”: “Al Signore Iddio nostro siano rese grazie da tutti noi per il bene che egli ci ha procurato, lasciando cadere abbondanti i frutti della sua grazia sull’anima prediletta della mia Andreina, frutti di grazia che da lei si diffusero a me, ai miei figlioli, a tutta la mia casa, la quale sempre per merito di lei e per la bontà infinita del Signore, assume qualche volta agli occhi dei profani, il carattere di un santuario dove la generazione novella viene senza fatica, anzi con senso di sollievo e di gioia, imbevuta di religiosità profonda, di fede sicura e quindi di rettitudine e di felicità nell’adempimento di ciascuno ai propri doveri” [diario Luigi, 23 febbraio 1917].
La fede è anche speranza di guarigione. La famiglia si stringe, i legami si rafforzano, con la preghiera che ne detta il tempo.
La morte, però, per quanto tenuta lontana, scongiurata, rimossa, inesorabilmente arriva. Dalle pagine del diario la restituzione di un dolore straziante che raggiunge momenti di estrema drammaticità. In un’apparente continuità con una fede integralmente intesa, Andreina rafforza la sua volontà di distacco dal mondo. Ma un distacco così totale, una ricerca di annullamento così assoluta, da entrare in contrasto con gli obblighi di questo mondo, con gli imperativi di una vita terrena pur cristianamente intesa.
Ecco allora che proprio la religione diventa elemento di lacerante contraddizione, fonte di tensione tra la volontà di ricongiungimento nell’aldilà e il dovere materno intrappolato nelle pieghe del quaggiù: “Che fonte inesauribile di miglioramento la religione cristiana! È una continua autoanalisi, rinuncia, mortificazione, distacco dalla terra! A saperla seguire in tutta la sua meravigliosa bellezza come si sarebbe buoni ed elevati!” [diario, 11 luglio 1917]. Una disciplina, una ricerca di elevazione nella sofferenza che è esattamente ciò che Andreina cerca e trova nella religione cristiana: “Sono anche oggi inquieta, ho bisogno di piangere, vorrei piangere, vorrei essere in una di quelle crisi di dolore acuto […]. È strano, è inspiegabile, ma sento il bisogno di soffrire! Se sono in un momento di tregua nel dolore, nei dispiaceri, nelle disillusioni, ne soffro”. Si mescolano qui, anche i sensi di colpa, dei quali forse non si è mai liberata, relativi alla sua vita precedente, quella vissuta nell’indifferenza di Dio: “Vorrei piangere, piangere la mia felicità perduta, gli anni persi, nei quali non sapevo confidare in Dio ed ero solo attaccata alla terra […]. Ah Signore, fammi soffrire!” [diario Andreina, 10 luglio 1917].
Il dolore, la sofferenza, la volontà di annullarsi non sono evidentemente estranei all’idea della morte: “Desidero la morte per unirmi a te, mio Luigi, confesso che penso solo a te! Finché tu non c’eri ad aspettarmi non l’ho mai desiderato, benché non mi abbia mai spaventato”. Ma è davvero coerente con l’autentica devozione cristiana un desiderio di questo tipo? La possibile contraddizione è colta dalla stessa Andreina: “Non è dunque per amor di Dio che desidero di morire! Potrà il Signore essere contento di questo attaccamento a Lui per mezzo tuo?” [diario, 11 luglio 1917]. Evidentemente no. Per questo il grande sforzo, il quotidiano compito sarà quello di tenere a bada queste terribili debolezze: “Oh Signore, che pena dover desiderare quello che non si desidera! […] Fatemi pure sempre soffrire, ma, per carità, sia sempre lontana da me ogni tentazione, ogni cattivo pensiero!” [diario Andreina, 8 luglio 1917].

Evidentemente tutto ruota intorno al terrore di veder messo in discussione il dovere materno, l’incapacità di coglierne con esattezza la priorità: “Tutti dicono che è peggio in questi casi non avere figlioli, e perché? Se io fossi sola andrei in un convento, come sarei allora unicamente con Dio e col mio Luigi, che fusione completa! Così invece…"  [diario di Andreina, 6 luglio 1917]. Se il dolore prende il sopravvento, se la forza viene meno, ecco i cattivi pensieri, le tentazioni che si cerca di scongiurare: “Lo penso e lo dico: cosa ci sarebbe da augurare di meglio ai nostri figlioli, se non di morire? Un cristiano non può desiderare nulla di meglio. Cosa sono le gioie terrene? Una meteora luminosa dalla quale più duramente si ripiomba nel dolore dilaniante. Dunque? La morte nell’età dell’innocenza, col paradiso assicurato, che cosa ci può essere di più bello? Sì, io ho il coraggio di augurarlo ai miei figlioli! Come sarebbe felice il mio Luigi e che cara piccola famiglia si comincerebbe a ricostruire in Cielo senza più tema di separazione. Ma io li potrò raggiungere? Questo dubbio è terribile! Oltre le mie colpe presenti, le passate mi saranno cancellate? O Signore, aiutami a fare penitenza, mandami dolori, pene, fammi soffrire qui, ma prendimi con te al momento della mia morte! Sacro Cuore confido in te!” [Diario di Andreina, 11 luglio 1917].

L’orizzonte dentro il quale Andreina elabora il suo lutto è dunque questa religiosità intensa venata di un misticismo esasperato, eccessivo. Qualche mese dopo riacquisterà l’equilibrio necessario e si renderà conto del contenuto troppo intimo delle sue parole, delle controindicazioni derivanti dal voler comunicare ai figli un dolore troppo grande: “Ho fatto bene a sospendere in settembre le mie note troppo dolorose, e che non potranno essere utili ai miei figli, quando le leggeranno dopo la mia morte” [diario di Andreina, 12 febbraio 1918].
Certo, derivare la realtà del clima famigliare nei mesi successivi la morte di Luigi dalla pagine del diario di Andreina sarebbe un errore. Quando le sue parole non si abbandonano alla disperazione, quando la scrittura non è solo medicina, balsamo notturno, allora emergono descrizioni di un clima famigliare che resiste alla profonda ferita. Le giornate scorrono, frequenti sono le visite dei parenti Gavazzi, le incursioni di Anna e Filippo.
Resteranno a San Remo fino al 1922, anno nel quale torneranno prima a Desio, poi nella casa milanese di via Brera. Non è difficile arrivare alla conclusione che, in ogni caso, quegli anni, e in particolare i primissimi mesi dalla morte di Luigi, furono di estrema importanza per la formazione del carattere dei piccoli Gavazzi. In particolare di Guido e Annamaria i quali, nel 1917 avevano rispettivamente dodici e dieci a anni. Sempre dal diario di Andreina ricaviamo qualche indicazione.
Sin dal primo giorno le pagine del diario di Andreina sono dedicate ai figli: “La mia Annamaria è stata presa stasera da una strana paura di morire. Povera stella! Si crede cattiva e perciò non fatta per il cielo. Dice che ha tanti cattivi pensieri. Povera mia bambina! Non è mai stata tanto buona come lo è ora! Dopo la morte del sua caro papà è uno studio continuo di migliorarsi, una autoanalisi continua come la potrebbe fare una donna, e certo meglio di una donna, di dominare il suo carattere piuttosto vivo e impetuoso! Tutto questo sforzo lo fa per il desiderio di darmi consolazione e si essere buona per farmi piacere. Come piangeva! Ho cercato di mettere la cosa un po’ in ridere, le ho detto che lei è proprio fortunata perché ha la sua povera mamma che la desidera di qui, e il suo paparino che l’attende in cielo. Perciò, se resta come se va, può essere contenta!”. Il fratello reagisce diversamente: “Guido è in un momento poco felice, lo riconosce anche lui, ma non sa vincere il suo carattere revêche e poco affettuoso. Anche lui ne è addolorato. Lo affido al Sacro Cuore e a te, mio Luigi” [5 giugno 1917]. Qualche giorno dopo ricevono la visita della zia Ernestina Belgiojoso , sorella maggiore di Luigi. 


Ernestina Gavazzi Belgioioso

Con lei i nipoti, figli dei suoi altri due fratelli, Giuseppe e Gino: “Il mio Guido è stato oggi più buono e Annamaria si è addormentata senza malinconie. L’arrivo dei cuginetti ha fatto, in modo diverso, bene a tutti e due” [diario Andreina, 8 luglio 1917]

Giuseppe Gavazzi
Guido è irruente, irascibile; Annamaria inquieta, ansiosa. Entrambi profondamente legati al resto della famiglia, sviluppano in modo diverso il senso di responsabilità nei confronti della madre e dei fratelli più piccoli. A scuola sono molto bravi, e già il padre se ne felicitava. Nel suo diario ricorda quando, nell’ottobre del 1915, la malattia gli consentiva ancora di seguire i loro pregressi nello studio: “Mi occupo ancora con amore degli studi di Guido e Annamaria e mi compiaccio dei loro rapidi progressi. Guido frequenta il ginnasio pubblico ed è segnato fra i migliori alunni. Annamaria va alla scuola delle suore […], ed ha una brava maestra […] che in poco tempo sa infondere nella mente della bambina una quantità di utili cognizioni e contribuisce a sviluppare rapidamente in lei quell’amore allo studio, alla scuola, al lavoro, che si accentueranno sempre più in futuro!” [Diario di Luigi, 23 febbraio 1917]. Una vivacità intellettuale che sorprendeva entrambi i genitori quando capitava loro di constatarlo: “E che gioia e meraviglia era per Luigi l’entusiasmo col quale [Annamaria] si accingeva a ogni studio! Ogni volta che lo constatavamo ci guardavamo e dicevamo sorridendo che noi non eravamo proprio stati così! Tanto Guido che Annamaria assomigliano per questa passione per lo studio alla loro Nonna!” [Diario di Andreina, 9 luglio 1917].
Detto questo resta, insormontabile, il confronto con una madre che ha deciso di abbandonare questo mondo, che li educa al costante pensiero dell’aldilà come unico orizzonte di senso, che inculca loro il senso del sacrificio e della rinuncia. Il 16 luglio 1917 Andreina porta i figli in visita alla Madonna del Carmelo: “Sono contenta di aver messo tutti sotto la sua speciale protezione i bambini, soprattutto il mio Guido. Caro Guido! Dopo la visita a don Albino è tutto cambiato, è tornato calmo, dolce, buono. È straordinario l’ascendente buonissimo che questo umile sacerdote ha sul mio Guido! Ah, se questo mio figliolo lo sapesse imitare nel suo completo distacco dalla terra e nella sua dedizione completa al servizio di Dio! Quanta vera felicità si può ritrovare da una vita orientata così! Se il mio Guido avesse la vocazione per diventare un buon Sacerdote, come ne sarei contenta! Io non gli auguro di meglio su questa terra!” [Diario di Andreina, 19 luglio 1917]. Frasi che non lasciano indifferenti, specie se si conosce il seguito. L’aspetto interessante, però, sta nell’emergere di una cifra educativa costante: l’esaltazione per tutto ciò che ci sottrae a questo mondo e la costruzione di una vita proiettata nell’aldilà – “quanta felicità in una vita orientata così!”.
 

 
Andreina, in centro, con i figli


Il diario lentamente verrà abbandonato. Il suo valore terapeutico sempre meno cogente. Significativa però l’ultima pagina, scritta nel febbraio del 1921. Guido ha già cambiato il nome, prendendo quello del padre: “In questi giorni di carnevale tutti i suoi compagni si sono mascherati e sono andati in giro a fare i buffoni. Anche a te, Luigi, era venuto questo desiderio. Benché la cosa mi piacesse poco, pure non la ostacolai pensando, come sempre penso, che se il Signore non l’approvava avrebbe trovato lui il mezzo di impedirla. Stasera, avevi già fatto le prove, tutto era già pronto […] quando tutt’ad un tratto hai detto: “non vado più”. “E perché?”, ti ho chiesto io. “Per formarmi il carattere”, mi hai risposto” [diario di Andreina, 8 febbraio 1921].


I NIPOTI MONACI

Come detto la famiglia Gavazzi, dopo la morte di Luigi, restò a San Remo. Solo nel 1922 tornarono a Desio, dove restarono solo un anno, prima di trasferirsi nella casa di via Brera, al numero 18. A Milano fu più difficile vivere nel “guscio”, tanto più che nella casa della nonna Giuseppina si tenevano di frequente feste e ricevimenti.
Il secondo Luigi, come lo chiamava sua mamma (Luigi II come lo chiamavano invece in famiglia) si iscrisse al Politecnico di Milano, dove si laureò in ingegneria elettrotecnica nel 1927. 


Guido (Luigi II) Gavazzi, in piedi, con i cugini
Decise di entrare nell’impresa di famiglia e si trasferì in Trentino, tra le Valli Passiria e Ridana, vicino al Brennero , dove la famiglia Gavazzi possedeva una miniera. Vi rimase fino a quando, nel novembre del 1931, vestì l’abito monastico assumendo il nome del nonno paterno, Egidio, ed entrando nel convento di S. Giovanni, a Parma.


La miniera Gavazzi

Ecco il racconto della sua vocazione: “Un’analisi delle circostanze che possono aver assecondato la volontà del Signore non l’ho forse mai fatta. Se ci ripenso, ricordo che la miniera era in fase di stanca, ma questa non era una ragione: avrei sempre potuto lavorare nella filanda di Desio, oppure al lanificio Rossi , in cui avevamo una forte compartecipazione. 

Il lanificio Rossi di Schio
 
È un fatto che in quegli anni condussi una vita appartata, fuori dal mondo. E poi il lavoro era pericoloso. Quando ero salito in miniera, ero orientato verso il matrimonio: c’era una ragazza, ma per fortuna non ero compromesso. Poi un giorno ci fu un infortunio gravissimo. Un guardafili della teleferica cadde da grande altezza e si ruppe la spina dorsale. Sentii una voce del cielo che mi disse: Questa strada non è la tua, a quest’anima ci penso io, ma tu mi aiuterai a salvarne altre” [Non solo seta. Storia della famiglia Gavazzi, p. 401].
Più tardi ricorderà: “non ho scelto niente, è il Signore che mi ha preso per il colletto”. Di certo una certa importanza rivestì l’abate Caronti, padre spirituale di sua sorella Annamaria.
Nel 1931 entrò quindi nel monastero benedettino di Parma, dove il 13 novembre fu ordinato sacerdote. Lasciò tutti suoi averi all’Abbazia. Come sappiamo, con questa scelta assecondava un antico desiderio materno, e infatti mamma Andreina scriverà: “Non voglio passare la giornata senza dirti… tutta la tenerezza che ho in cuore per te. Sei sempre stato per la tua bontà e per il tuo attaccamento la mia consolazione e il mio conforto… E anche ora sei tu che mi dai la consolazione più grande che si possa dare a una mamma. Non pensare alle mie lacrime; sta sicuro che sono felice, felice di darti al Signore… Certo mio Luigi, sento già la tua preghiera che mi aiuta; continuala, te ne prego, perché non so ancora essere alla tua altezza. Vi aspirò però con tutta l’anima per essere sempre più vicina a nostro Signore e a te, mio caro figliolo. Ti abbraccio con tutta la mia tenerezza. Mamma” [Non solo seta, p. 402].



Andreina con il figlio, futuro Padre Egidio
Nel 1947 venne trasferito da Parma a Subiaco in qualità di consultore dell’Ordine per l’Italia, nel 1951 venne eletto abate coadiutore con diritto di successione nello stesso monastero. Nel gennaio del 1952 venne eletto abate e, per finire, nel 1964 abate ordinario. In questa veste partecipò al Concilio Vaticano II.

Due immagini di padre Egidio Gavazzi. Nella seconda insieme a papa Paolo VI
Quando tornarono a Desio Annamaria era all’ultimo anno di liceo, che completò a Monza nel 1924. Si iscrisse alla facoltà di Ingegneria che, esattamente come nonna Kuliscioff, abbandonò per Medicina. Si laureò nel 1932.
Nella seconda metà degli anni Venti militò nella FUCI (Federazione Universitaria Cattolica italiana)  – quella che passò alla storia come la FUCI di Righetti e di Montini. Furono loro, del resto, a volerla presidente del circolo fucino di Milano tra il 1926 e il 1929.
 

Anna Maria Gavazzi


Nel 1929 incontra l’abate Caronti, che diviene il suo direttore spirituale. Fu lui a consigliarla di attendere qualche tempo prima di dare definitiva forma alla sua vocazione religiosa. Tutti coloro che la conoscevano seppero solo in seguito che nel settembre del 1938 era entrata nel Carmelo di Firenze.
Annamaria divenne definitivamente carmelitana scalza il 24 marzo del 1939 e assunse poi il nome suor Maria Angela dell’Eucarestia e del Volto Santo nel 1943. Il giugno successivo si trasferì ad Arezzo, nella ex Villa Redi  acquistata con il suo contributo e trasformata nel Carmelo di S. Teresa Margherita. 


 
Il Carmelo di S.Teresa Margherita di Arezzo


Qualche notizia in più ce la offre suo cugino, Franco Gavazzi: “Non potendo dotare il suo convento di Firenze del suo privato patrimonio, per il preciso divieto delle regole, ha acquistato – col pieno consenso del Padre Abate Caronti, protettore dell’Ordine - una villa ad Arezzo per fondarvi un altro convento; ora essa è là senza velo e senza clausura, sempre per speciale concessione del predetto Abate, e sorvegliare i lavori della fabbrica, eseguiti sotto la direzione… dell’Ing. don Egidio Gavazzi, frate benedettino!” 
Nel 1961, a 54 anni, fu sorpresa da un ictus. Si spense ad Arezzo, “in odore di santità”, il 16 febbraio 1975.


Suor Maria Angela


Cosa lega i nipoti monaci e i nonni socialisti? Un tenero, profondo affetto. Una stima e un trasporto che superano, senza nemmeno prenderle in considerazione, le profonde differenze. Suor Maria Angela: “La nonna era una donna intelligentissima, straordinaria. […] Ho in mente un ritratto a pastello che avevamo a Desio; ricordo che l’autore, una volta, venne e lo ritoccò con le mani . Il viso era dolce, ma serio; i capelli biondi risaltavano sullo sfondo roseo. Quando nacqui la nonna stava già con Turati. Un gran brav’uomo: noi lo chiamavamo Filippìn. Per la mamma fu un vero papà” [non solo seta, p. 409].
Stesse parole, o quasi, dal fratello: “La nonna è la persona più intelligente che abbia incontrato nella mia vita”. Ma il piccolo Guido era anche il nipote prediletto di Turati. A Milano, tra via Brera e piazza Duomo, sono due passi a piedi. Le visite a nonna Kuliscioff e a Filippìn sono quasi quotidiane, si intreccia un legame forte, intimo.
Il giovane Luigi è all’origine della fuga, o meglio, dell’espatrio, di Turati – don Egidio tiene a sottolineare: “non ho mai ammesso la parola fuggire”. Nelle sue frequenti visite in casa dei nonni, si era accorto che da una delle finestre si poteva agevolmente passare nel caseggiato vicino. Da lì Turati riuscì a sottrarsi alla sorveglianza della polizia che stazionava sotto il portone e cominciare il viaggio che lo avrebbe portato, passando da Savona, in terra francese. Per qualche giorno Luigi finse di fare visita al vecchio ammalato e la polizia non si accorse di nulla.
Quando decide di farsi monaco, il futuro don Egidio scrive a Turati: ha in mente il trauma prodotto a nonno Costa dalla notizia del matrimonio di sua mamma; la fine dei loro rapporti, l’ultimo, drammatico incontro sul letto di morte. Teme la stessa reazione in Turati, si preoccupa della sua mancata risposta. Allora sale a Parigi, per incontrarlo, per spiegarsi, per chiedere la sua benedizione. Lo incontra invecchiato e stanco: “quando mi vide gli risero gli occhi e mi venne incontro serrandomi in un braccio. Io ero molto commosso, perché avevo interpretato il suo silenzio come un segno di disapprovazione per il difficile passo che mi accingevo a fare. Invece egli mi disse con la sua voce buona e serena: “Se questa è la tua volontà è giusto che tu la segua. Ricordati però che la vita è lunga e spesso col passare degli anni gli uomini cambiano”. Appurata la mia convinzione, non ebbe niente da obiettare. Poi dovetti partire. Turati mi accompagnò alla stazione: fu l’ultima volta che lo vidi” [non solo seta, p. 403].
Stessa liberalità in nonna Anna, che ricordava alle domestiche di andare a messa e che dopo la sua prima comunione gli chiede se fosse contento: “Sì, gli risposi. Lei tacque, ma nel suo sguardo dolcissimo affiorò una pena segreta, forse il dolore per una fede che non riusciva a possedere” [non solo seta, p. 403].
Suor Maria Angela, riferita alla nonna: “Si era laureata in medicina come la mamma e me. Prima si era iscritta a Zurigo in ingegneria, poi si laureò in medicina a Napoli. No, non credeva. Purtroppo, ma fece molta carità: saliva nelle case dei poveri, a Milano” [non solo seta, p. 409]. La guida alla spiritualità di suor Maria Angela fu  la fede nel carattere sacrificale della professione religiosa, che la spinse costantemente verso l’attuazione del nulla per il tutto e la spinse a rinunciare a ogni forma di agiatezza, a ogni forma di proprietà. Cosa c’è, se c’è qualcosa, di Anna Kuliscioff in questo integralismo della rinuncia, in questa dimensione sacrificale dell’esistenza?

Esiste una bellissima lettera scritta a Guidino, il nipote ormai cresciuto. È il 22 agosto, il giorno prima del suo compleanno:
“Mio carissimo Luigi, domani compirai 15 anni; e ti lascio immaginare quanti fervidi auguri di tutti quelli che ti vogliono bene […] accompagnano la tua adolescenza, e quanti voti facciano tutti perché la tua vita sia generosa di molte grandi soddisfazioni morali. Ma l’augurio più profondo e più intimo dell’anima mia è che tu stesso abbia la forza e la volontà di contribuire alla formazione del tuo carattere, che si determina e incomincia ad individualizzarsi appunto negli anni dell’adolescenza, in cui entri col quindicesimo anno compiuto. Sono gli anni più difficili, caro mio Luigi, e mi ricordo quanta fatica, e spesse volte quanti dolori ci costano per superare certi istinti di natura inferiore, qualche volta di egoismo, spesso volte di angolosità antisocievoli, di supponenza – se abbiamo la fortuna di maggiore intelligenza – di vanità e di ambizioni meschine. Mi ricordo che versai non poche lacrime, accorgendomi di peccare di uno di questi istinti, che non solo ci renderebbero, se non combattuti da noi stessi, dannosi e spiacevoli in famiglia e nella convivenza sociale, ma soprattutto poi recano dolori infiniti a noi stessi, perché rimaniamo isolati, privi di affetti, di amicizie e di tutto ciò che rende bella e nobile la vita. La grande massima per raggiungere una certa elevatezza d’animo e una certa nobiltà di cuore è esercitarsi di continuo a dare a tutti quello che si può, e non attendere né compensi, né restituzioni. La più grande felicità non si può raggiungerla se non prodigandosi per i propri cari, per i deboli, per i bisognosi, per tutti quelli che sono privi di conforto nella vita. Il mio augurio dunque? Di formarti una coscienza superiore, con una fede fervida e sentita, diretta al miglioramento ed elevazione propri, per adoperarli sempre e in ogni momento della vita pel bene di tutti […]. Ti bacio con tenerezza, stringendoti al cuore, e ti auguro saperti autoispezionare e autoeducare. Questo il mio più fervido augurio” [Dall’utopia alla profezia, p. 35].
La lettera è indirizzata al nipote cattolico praticante e quindicenne. Ne fa un interlocutore degno di confidenza e all’altezza del messaggio trasmesso: la complicità è implicita nella condivisa superiorità intellettuale. Ne rispetta il pensiero e la fede – che osserva curiosa – e di quella gli parla: non è il filosofo che diletta coi massimi sistemi, è la nonna che declina per il nipote la sua visione del mondo, che la offre sapendola regalo prezioso.
Come abbiamo visto l’ultima pagina del diario di Andreina è dedicata al racconto dell’episodio di Carnevale. Luigi, pronto per scendere e festeggiare vestito in maschera, alla fine rinuncia. Alla domanda del perché, risponde: “Per formarmi il carattere”. Andreina, felicissima del gesto, commenta: “Sono tanto contenta che il Signore abbia inviato al mio secondo Luigi questa ispirazione, e soprattutto che lui l’abbia seguita”. È l’8 febbraio del 1921, qualche mese dopo la lettera della nonna al nipote. Andreina non lo sa, ma c’è molto moltissimo della nonna in quel gesto maturo.


Davide Frontini

Si ringraziano i signori Agostino Gavazzi, per aver messo a disposizione i diari di Andreina e Luigi, e Gerolamo Gavazzi, per aver consentito di utilizzare le immagini del suo libro NON SOLO SETA. Storia della famiglia Gavazzi.


GEROLAMO GAVAZZI (a cura di), Non solo seta. Storia della famiglia Gavazzi, Edizioni Caproncino, Milano, 2003
CARMELO D’AREZZO, Dall’utopia alla profezia, Edizioni paoline, Roma, 1982
TOMMASO GALLARATI SCOTTI, Interpretazioni e memorie, Mondadori, Milano, 1960
MINO MARTELLI, Andrea Costa e Anna Kuliscioff. Rivelazioni sulla coppia da nuovi documenti, Edizioni paoline, Roma, 1980.
ADDIS SABA, Anna Kuliscioff. Vita provata e passione politica, Mondadori, Milano, 1993
ANNA KULISCIOFF, Lettere d’amore a Andrea Costa. 1880/1909, Feltrinelli, Milano, 1976 [Saggio introduttivo a cura di Pietro Albonetti]
Carteggio Turati-Kuliscioff, a cura di F. Pedone, 6 voll., Einaudi, Torino, 1977
Manoscritti di Luigi Gavazzi e Andreina Costa

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