sabato 3 giugno 2017

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giovedì 1 giugno 2017

LA RIVOLUZIONE IN CASA GAVAZZI. La storia d’amore tra Andreina, figlia di Andrea Costa e Anna Kuliscioff, e Luigi , discendente della famiglia dei grandi industriali lombardi. Autore Davide Frontini

Quella che vi presento è una storia d'inizio novecento, dove due mondi, molto distanti fra loro, forse contrapposti, si incontrano grazie all'amore fra un ragazzo, Luigi Gavazzi, e una ragazza, Andreina Costa. Lui membro di una delle più importanti famiglie della borghesia lombarda; lei figlia di due rivoluzionari, Andrea Costa e Anna Kuliscioff. Lui cresciuto in un ambiente profondamente cattolico, lei in una famiglia nient'affatto religiosa.
Questo studio è stato realizzato da un amico, Davide Frontini, che, molto gentilmente, ha acconsentito alla sua pubblicazione sul blog. Lo ringrazio di cuore e auguro a tutti buona lettura. M.B. 


LA RIVOLUZIONE IN CASA GAVAZZI. La storia d'amore tra Andreina, figlia di Andrea Costa e Anna Kuliscioff, e Luigi,discendente della famiglia dei grandi industriali lombardi. Autore Davide Frontini








“Si fermò un attimo sulla soglia, alta, fiorendo nel chiuso abito grigio, il bel volto raccolto nel velo che avvolgeva il cappellino di paglia”.  




Questo l’incipit de La Gironda, romanzo scritto da Virgilio Brocchi nel 1909 [La Gironda, Mondadori, 1945]. Quella descritta è Sofia Dalmi, la protagonista: figlia di socialisti, il padre Paolo è eletto al Parlamento, è innamorata di Guido Dorbelli, rampollo di una delle più importanti famiglie della borghesia milanese. Belle époque che vira al tramonto, un’Italia attraversata da tensioni sempre più forti, un amore intrappolato tra le trincee della lotta di classe; amore impossibile, romantico, sullo sfondo agitato di una società lacerata: un perfetto clichè che si intreccia con le ambizioni del romanzo sociale.

Virgilio Brocchi

Antonio Gramsci lo legge in carcere - lo passa in rassegna insieme a un altro romanzo storico, Il Diavolo a Pontelungo di Bacchelli. Nella sua lettera del 7 aprile 1930 esprime un giudizio lapidario: “vale molto poco, è dolciastro, tutto latte e miele, sul tipo dei romanzi di Georges Ohnet” [Lettere dal carcere, Einaudi, p. 122]. Il raffinato materialismo gramsciano, probabilmente, non digerisce l’inevitabile omnia vicit amor.
 






Oggi ci appare come un innocente oggetto preistorico: ci annoia, certo, ma non ci scandalizza, semplicemente non ci parla. Racconta però una storia, e quella storia ci interessa.

 
Georges Ohnet


È lo stesso Gramsci a rivelarcela: La Gironda “narra le vicende per le quali Andreina Costa sposa il figlio dell’industriale cattolico Gavazzi e il succedersi dei contatti tra i due ambienti cattolico e materialista e come gli attriti vengano smussati”.
 

Sofia Dalmi, la damigella nascosta sotto il cappellino di paglia, nella realtà, è quindi Andreina Costa-Kuliscioff, figlia di Andrea Costa, anarchico rivoluzionario e poi primo socialista a entrare nel nostro Parlamento, e Anna Kuliscioff, esule russa e, insieme al compagno Filippo Turati, figura di spicco del socialismo riformista. Il nostro Guido Corbelli, invece, è ispirato alla figura di Luigi Gavazzi, di quei Gavazzi industriali setaioli, ma poi anche banchieri, amministratori e politici, la cui storia è per molti versi la storia dell’industria italiana a cavallo del secolo.

Brocchi diventò poi amico di Anna Kuliscioff e seguì le vicende di questo matrimonio così bizzarro. Seguì il percorso della figlia Andreina, l’intensificarsi della sua fede cristiana e fu testimone diretto della scelta monacale di due dei suoi figli: Guido e Annamaria, i due primogeniti, approfondirono radicalmente il percorso religioso materno divenendo, rispettivamente, frate benedettino e carmelitana scalza.
Come si vede la storia raccontata dal romanzo non esaurisce l’interesse suscitato dalla storia vera, una storia dall’innegabile valore simbolico. I nonni rivoluzionari e i nipoti monaci offrono certo materiale per un racconto con il quale leggere tante cose, non ultima un brandello significativo del Novecento italiano.
Il nostro racconto non è così ambizioso e si accontenta di seguire il percorso di questo improbabile intreccio. Piuttosto che svelare il significato nascosto di una storia dal troppo invitante valore simbolico, ne segue l’improbabile svolgersi e lascia ai protagonisti la parola - le lettere di Anna Kuliscioff a Andrea Costa, l’immensa e preziosa corrispondenza con Turati; il diario di Luigi, scritto nei terribili giorni che precedono una morte sempre più vicina, e quello di Andreina, scritto invece nelle drammatiche settimane che seguirono; le vivide testimonianze dei nipoti.
Nemmeno noi, però, sapremmo sfuggire al fascino irradiato dalla figura di una di questi protagonisti, e alla presa in conto dell’importanza che ebbe nello svolgimento della vicende che racconteremo: Anna Kuliscioff, il suo insegnamento morale, il suo esempio esistenziale, agiscono nella profondità e nelle pieghe degli avvenimenti paradossali e bizzarri che racconteremo.
 

Anna Kuliscioff e Fipillo Turati
Dietro la figura di questa donna bella e intelligentissima, dal carattere deciso e dall’estremo coraggio, amolti è sembrato di scorgere una vena di misticismo. Lei stessa, raccontando la vita delle sue compagne russe fuggite all’estero spinte dai suoi stessi ideali, ha parlato di una fede umana venata di misticismo. La dimensione mistica, poi, è di sicuro quella che sembra legarla più da vicino alle scelte, all’apparenza così lontane, dei nipoti.
Questa constatazione, però, ha poi offerto lo spunto per interpretazioni un po’ troppo schematiche e necessariamente riduttive. Il racconto dei fatti, la parola lasciata ai protagonisti, hanno lo scopo di far emergere invece la complessità e la casualità di una storia sulla quale Anna Kuliscioff ha lascito un segno più profondo e complesso di quanto lascia intendere un riferimento un po’ troppo semplicistico al suo misticismo.


ANNA KULISCIOFF
 

Anna (Anja) Rosenstein nasce a Moskaja, nei pressi di Sinferopoli, in Crimea. Sappiamo con certezza solo che nasce il 9 gennaio, perché sull’anno i biografi si devono ancora mettere d’accordo: 1854 o 1857? Anche se molti indizi fanno supporre il ’54 (troppe cose avrebbe fatto troppo giovane), Anna ha sempre fatto risalire la sua data di nascita al ’57.
La sua è una ricca famiglia di commercianti ebrei e la sua infanzia scorre serena. I suoi la educano secondo principi liberali abbastanza inusuali. I rapporti con il padre sono ottimi, e tali resteranno per tutta la vita – con lui si incontrerà spesso negli anni del suo esilio.
È intelligente, pronta, sensibile. Negli anni del liceo a Sinferopoli studia la musica e le lingue. Nell’ottobre del 1871 lascia la famiglia e il suo Paese per Zurigo, dove si iscrive al Politecnico (la data di nascita 1857 si scontra qui con una prima difficoltà: studente universitaria a 14 anni?). La Svizzera è luogo di elezione per i numerosissimi esuli russi. Ne incontra molti, con i quali stringe rapporti e amicizie. L’ambiente è eclettico e polifonico. Agli anarchici seguaci di Bakunin si affiancano i “propagandisti” legati ai fratelli Zebunev, i quali privilegiano gli strumenti dell’educazione e della propaganda e ai quali Anna si avvicina.
Dopo qualche timida apertura nel decennio precedente, lo zar Alessandro II decide di mettere un freno al diffondersi delle pericolose idee che, dall’esterno, penetrano i confini russi. Nel 1873 impone a tutti gli studenti di lasciare le università estere e tornare in patria.
Anna, rivoltata e furiosa, torna quindi a casa insieme a un giovane studente, Petr Makarevic, diventato nel frattempo suo marito. Sono gli anni nei quali condivide gli ideali del movimento dell’andata verso il popolo, momento di utopia rivoluzionaria nutrito dall’idea di conoscere e poi modificare la realtà contadina. È un’esperienza fondamentale che la segnerà per sempre: si immergerà con tutta se stessa nelle condizioni reali, drammatiche, delle plebi contadine con uno spirito di dedizione e devozione che lei stessa, riferendolo alle sue compagne, definirà mistico.
Il movimento è duramente represso e praticamente annientato nel 1875.
Nel 1877 viene è coinvolta nel cosiddetto “delitto al vetriolo”: un affiliato del gruppo al quale appartiene, dopo aver tradito i compagni denunciandoli alla polizia, viene da loro sfigurato e ucciso. Anche se non si conosce bene il suo grado di coinvolgimento, resta che per la prima volta Anna si trova di fronte al problema di dare la morte o di riceverla.
Il 14 aprile 1877 lascia la Russia con il passaporto della sorella per tornare in Svizzera.


ANDREA COSTA
 

Andrea (Antonio Baldassarre) Costa, nasce a Imola, in casa Orsini, il 30 novembre 1851. Il padre, Pietro, era un bell’uomo molto intelligente, benché quasi analfabeta, di profonda e praticata fede cattolica. La madre, Rosa, figlia del popolo altrettanto cristiana e devota, morì molto presto, nel 1858.
Andrea bambino e adolescente è quindi cresciuto in un ambiente di intensa religiosità – frequenta il catechismo, la scuola parrocchiale e la domenica serve messa. A scuola va benissimo e don Domenico, sacerdote umanista che ne cura l’educazione morale, coglie subito l’eccezionalità della sua intelligenza. Consiglia il padre di fargli proseguire gli studi; Pietro accarezza l’idea di un figlio prete, progetto accantonato in fretta.
Andrea, infatti, al liceo viene in contatto con le prime sensibilità anticlericali, così diffuse e potenti in questa antica regione pontificia. Nel 1870, poi, si trasferisce a Bologna dove si iscrive all’università. Nella città emiliana respira per la prima volta l’atmosfera di quel positivismo che lo segnerà per sempre. Con Giovanni Pascoli segue le lezioni del Carducci e insieme si infiammano per il poeta ancora in trincea e per il suo ribelle razionalismo, il suo furente anticlericalismo, per le sue idee repubblicane.
 

 
Andrea Costa

Nel 1871 scoppia a Parigi la Comune. Emergono le prime crepe tra i mazziniani al tramonto e le nuove leve socialiste e anarchiche. Costa starà con questi ultimi, influenzato dal pensiero di Bakunin, grazie al quale entrerà poi in contatto con Carlo Cafiero.
La politica lo appassiona e lui ci mette l’anima: è un propagandista infaticabile e un efficiente organizzatore, diffonde il verbo anarchico per tutta la Romagna, e oltre – nelle Marche, in Toscana. Con Bakunin si schiera contro Marx e la prima internazionale; nel settembre del 1872, insieme a Cafiero e Malatesta, fonda la Federazione italiana dell’Internazionale anarchica. 
È in questi anni che prende parte a una serie di moti improvvisati e violenti un po’ dappertutto nel Paese: acquisterà una fama internazionale, ma anche la garanzia di una costante sorveglianza da parte della polizia e di un’infinita sequela di arresti. In carcere studia come un pazzo, impara l’inglese, il francese e il tedesco - e qualcosa anche di russo… La dimensione internazionale del suo progetto politico si coniuga bene con la necessità di sfuggire alla patrie galere: nel 1877 lascia l’Italia.


ANNA, ANDREA, FILIPPO
 

Freschi esuli e fuggiaschi, Andrea Costa e Anna Kuliscioff si incontrano nell’agosto del 1877, in Svizzera. Partecipano entrambi a una serie di congressi dell’internazionale anarchica – a Saint-Imier, Verviers, Gand. S’incontrano poi di nuovo a Parigi, l’11 dicembre, giorno che verrà poi sempre evocato come il giorno “sacro” del loro amore.
Vivranno insieme, in rue Aboukir. Per sopravvivere vendono fiori, il resto del tempo lo dedicano all’organizzazione politica. Costa segue le tracce di Guesde e del suo collettivismo anarchico, ed è molto legato a Malon, eroe della Comune ma già da tempo avviato a un profondo ripensamento riformista. Anna diventa segretaria della sezione parigina della Federazione anarchica francese e, insieme a Costa, collabora alla rivista Egalité. È intelligentissima e bella, impossibile non notarla – da Londra Marx chiede di lei nel marzo del 1878.
Il 22 dello stesso mese l’idillio finisce: i due giovani vengono arrestati insieme a numerosi altri compagni. Questo primo arresto darà la cifra della loro relazione, vissuta più attraverso le lettere scritte della celle rispettive che concretamente consumata (Costa, in modo particolare, dovrà subire la meticolosa caccia all’anarchico diffusa nell’Europa del tempo). Anna si rifugia in Svizzera, a Ginevra e poi a Lugano. Il progetto, però, studiato con il compagno nei loro giorni parigini, è quello di trasferirsi in Italia e svolgere lì la loro attività politica.
E infatti arriva in Italia, a Firenze, alla fine il 30 settembre 1878. E’ immediatamente arrestata (2 ottobre) e condotta nel carcere di Santa Verdiana, proprio quando Costa, libero per un’amnistia, si trova a Lugano. Resterà in carcere tredici mesi, fino al novembre del 1879. L’anno è importante: nell’agosto Costa scrive una lettera Ai miei amici di Romagna pubblicata su La Plebe (3 agosto 1879): è la lettera della svolta. Costa non rinnega le esperienze, i tentativi e le lotte del passato, rivede però le rigidezze del volontarismo ideologico e spinge per una maggiore aderenza alla realtà per comprenderne le forme, le dinamiche e meglio agire su di esse: “Noi trascurammo così fatalmente molte manifestazioni della vita, noi non ci mescolammo abbastanza al popolo: e quando, spinti da un impulso generoso noi abbiamo tentato di innalzare la bandiera della rivolta, il popolo non ci ha capiti, e ci ha lasciati soli.  […]. Rituffiamoci nel popolo e ritempriamo in esso le nostre forze”. Il succedersi delle delusioni per i fallimenti delle insurrezioni anarchiche spingono verso un  nuovo programma politico, non estraneo alla visione e alle riflessioni parallele dell’esule russa, e a partire dal quale Costa definirà il percorso che lo porterà, nel 1882, ad essere il primo rappresentante socialista nel parlamento italiano.
Intanto però i due amanti sono lontani e, di nuovo, solo le lettere garantiscono una continuità al loro rapporto. Nel gennaio del 1880 Anna esce dal carcere e i due si ritrovano. Sono a Bologna dove, a casa di Federico Sutter, si reca un gruppo di amici emiliani. La polizia sorveglia e il 22 aprile saranno nuovamente arrestati. Nelle lettere di quel periodo emerge la sua disponibilità e la collaborazione all’azione di Costa, ma spuntano anche nuove e più private esigenze, il desiderio di maternità: “Anna vive pienamente la sua vita di donna e desidera per amore un bambino che la unisca ancora di più al suo uomo”. Del resto la grandezza del personaggio sta proprio “in questo suo essere compiutamente, anzi dolcemente donna e insieme fermamente votata a una causa politica: non accetta di essere “madre e sposa” soltanto, ma nemmeno accetta la rinuncia ad una vita privata, all’amore, alla maternità” [Addis Saba, p. 31].
Per questo è poi difficile stabilire con esattezza l’inizio e il contenuto della crisi. Il rapporto con Costa progressivamente peggiora, le lettere sempre più risentite e deluse lo dimostrano. Anna misura la differenza tra la situazione drammaticamente arretrata e completamente bloccata della sua Russia e lo scenario politico europeo. Con il nuovo Costa condivide la necessità di accettare la forma di governo liberale come base di partenza per un programma di profondo cambiamento. Quello che li divide, però, è il diverso contenuto attribuito a questa condivisa strumentalità: per la Kuliscioff gli elementi liberali dello Stato sono necessari per garantire la possibilità di una propaganda (la sua andata verso il popolo), mentre per Costa costituiscono invece la garanzia di una conquista del potere [vedi: Pietro Albonetti in, “Saggio introduttivo”, Lettere d’amore a Andrea Costa (1880.1909), Feltrinelli, 1976].
Gli ultimi mesi del 1880 sono però un banco di prova soprattutto per i loro rapporti personali. Lei, coinvolta, innamorata, ne uscirà profondamente delusa: lui, assorbito dall’attività politica, sempre da un’altra parte. Per Anna è un periodo di ripiegamento privato, di ripensamenti profondi.
Nel 1881 si trasferisce comunque a Imola, dai Costa. Cerca di adattarsi all’ambiente piccolo borghese e  clericale nel quale riesce comunque a muoversi con la solita delicatezza e a stringere legami affettivi con il padre di Andrea, con la sorella. Alla fine dello stesso anno, l’8 dicembre, nasce Andreina: “Il nome, crediamo, è stato scelto da Anna non solo, come appare subito, per una dichiarazione di paternità e quindi anche d’amore, ma anche per un atto d’orgoglio. Già Andrea era padre di un altro bambino, Andreino, il figlio di Violetta, la fidanzata anconetana del Costa; ebbene, anche lei straniera, intellettuale, la diversa, è donna, ha saputo essere madre, ha offerto ad Andrea il suo dono” [Addis Saba, p. 54]. In verità la bambina viene registrata, con il nome di Andreana (Rosa, Rosalia), solo dal padre. Il riconoscimento materno, posticipato con tutta probabilità a causa della “delicata” posizione dell’esule russa, avverrà solo dieci anni più tardi.
Anna però non può essere la “sposa romagnola”, la casalinga madre e compagna. La bambina ha appena un mese quando lascia Imola per la Svizzera. È l’inizio della fine del rapporto con Costa; l’inizio, ennesimo, di una nuova vita.
Appena arrivata a Berna chiede di essere ammessa a frequentare la facoltà di Medicina. I suoi nuovi studi la riporteranno poi in Italia, a Torino (dove frequenta i corsi di Lombroso, cui diventerà amica di famiglia), a Padova e a Napoli, dove si laureerà nel 1886. Sono anni difficili, di estrema difficoltà anche economica. Studia, legge e si informa restando sempre politicamente attiva, ma in questi anni è soprattutto mamma.
A Napoli arriva nel febbraio del 1884. Quello napoletano è il periodo più triste. Vive in un albergo, prima di trovare un piccolo appartamento grazie all’intercessione dei suoi nuovi amici, i Bovio. Costa passa i primi di maggio, ma ormai questi incontri inframmezzati di lunghe assenze, di lettere sempre più svelte e superficiali, sfibrano un rapporto che ormai si trascina. Fortunatamente c’è Andreina: “La Nina è cara e bella e m’ama veramente, che cosa si può desiderare di più?” [lettera a Costa, 15 giugno 1884, LAC, p. 286].
A Napoli, però, Anna incontra Turati. Si erano conosciuti per lettera: la Kuliscioff aveva mobilitato il mondo socialista, e non solo, a favore di una grande colletta in favore degli esuli russi e dei perseguitati dallo zarismo. Bianca Pittoni, una giovane socialista amica di Anna e Turati, racconta come Filippo, dopo la morta di Anna, tornava in continuazione su quell’incontro: “Sai, io rimasi veramente senza parola. Anna era bellissima […] un’apparizione di luce…” [in Addis Saba, p. 89]. Anna, invece, dopo pochi giorni di conoscenza scriveva a Colajanni: “L’armonia tra genialità e cuore è così rara, e questo è il dono raro di Turati. L’anima inasprita si riposa incontrando delle nature come la sua e principia a riconciliarsi un po’ col genere umano che nella peggior parte degli individui è una brutta bestia” [Addis Saba, p. 92]. Come sappiamo questo incontro segnerà la vita di entrambi.
Quasi contemporaneamente si consumava la definitiva rottura con Costa. Anna per qualche giorno è in vacanza a Como e di lì, il 4 luglio 1885, gli scrive: “E’ certo che non mi sarà possibile di regolare ogni mio passo secondo i tuoi desideri, dovrei allora rinunciare alla mia libertà, simulare una soggezione che non è umiliante soltanto quando è reciproca e determinata dall’intensità dell’affetto. Né io, né te abbiamo colpa di quello che è stato conseguenza dei nostri temperamenti e delle condizioni in cui vivevamo. Ma certo avremmo colpa se volessimo ribellarci contro le fatalità, che sono conseguenze del passato, e voler mascherare vincoli artificiali. Se il tuo desiderio, che sarebbe meglio di esser morti l’uno per l’altro, non è realizzabile per quella parte di legame che mantiene fra di noi la bambina, credo che possiamo almeno soddisfare a quel diritto di libertà individuale ed a quel bisogno di sincerità che è nelle nostre idee e nei nostri sentimenti. A questo patto anche il raffreddamento non genererà disgusti; non ucciderà spero la benevolenza. E con questo desiderio ti saluto e ti stringo la mano” [Lettera a Costa, 4 luglio 1885]. Anna ha voltato pagina e il congedo è sublime.
Turati le propone di trasferirsi a Milano. Anna rifiuta decisa a portare a termine i suoi studi. Si specializza in ginecologia: nella sua tesi di laurea la Kuliscioff ha ipotizzato l’origine batterica delle febbri puerperali, contribuendo così ad accelerare quella scoperta che salverà milioni di donne dalla morte per infezione post-partum. Si laurea nel novembre del 1886 (tra i 209 laureati è l’unica donna).
A questo punto, sì, può trasferirsi a Milano. Trova casa in via San Pietro dall’Orto n. 18. Turati sta con loro tutto il giorno, andando solo a dormire dalla madre e c’è, ovviamente, anche Andreina. Tenta di entrare all’Ospedale Maggiore di Milano, ma non la prendono in quanto donna. Apre allora uno studio privato, presto preso d’assalto da una marea di povera gente, che poi trova modo di assistere anche fuori dall’orario di lavoro. Mario Borsa, cui Anna curò la vecchia madre, l’ha fissata in una viva descrizione: “Molte povere case della vecchia Milano la vedevano spesso salire, gracile e leggiadra, fino a lassù in alto, al terzo o quarto piano. Erano operaie e bambine, giovinette ammalate, mogli, madri, sorelle di modesti impiegati e professionisti. Tutta gente in pena. La visita della dottora era sempre attesa come una benedizione, non era infatti la visita di un medico. Era qualche cosa di più. La scienza ha scarse risorse, ma una buona parola può essere un balsamo e Anna Kuliscioff la diceva come le sapeva dire lei. Diventava così la consolatrice, l’amica, la confidente di coloro che soffrivano e dei loro cari” [Addis Saba, p. 97]. Anna diventa per tutti la dottora dei poveri.
Finalmente laureata, specializzata, “libera sposa” con Turati e madre di Andreina, Anna a Milano si stabilisce definitivamente. Nell’autunno del 1891 con Filippo si trasferiscono nell’appartamento di Portici Galleria n. 23, dove vivrà fino alla sua morte.


I GAVAZZI

La storia della famiglia Gavazzi è, in un certo senso, la storia industriale ed economica lombarda degli ultimi tre secoli. Ma non solo: Guido Vergani ricorda un vecchio adagio milanese secondo il quale, se si prende a caso una famiglia che conta, male che vada si troverà un Gavazzi almeno nel giro dei cugini. Caratteristiche della famiglia sono in effetti, oltre alla longevità (i primi Gavazzi risalgono al ‘400), le sue profonde e diffuse ramificazioni, imputabili a una filiazione sempre numerosa e a una politica matrimoniale particolarmente accorta. Furono innanzitutto setaioli, quando l’industria serica lombarda fioriva in tutto l’alto milanese, la Brianza e le prime valli prealpine; cattolici convinti, ma non necessariamente schiacciati su posizioni clericali, tanto che il rapporto con le organizzazioni ecclesiastiche non fu sempre facile, e, infine, attenti non solo alla dimensione industriale della loro attività, furono anche banchieri e politici.
Come detto, i primi esponenti della dinastia Gavazzi risalgono al XV secolo. Ne troviamo le prime tracce a Canzo, un paesotto della Vallassina incastrato tra le montagne abbracciate dai rami del Lario, tra Lecco e Como, un poco sopra Erba. Risalendo verso nord si può salire sino al Ghisallo e precipitare poi lungo la discesa che scivola verso il lago e conduce alla rocca di Bellagio. Al centro del paese, circondato da un quadrato di verde, un busto ricorda il cittadino illustre, forse un po’ dimenticato: il “nostro” Filippo Turati è nato qui il 26 novembre 1857. Nel borgo vecchio, invece, resistono robusti i resti delle antiche dimore Gavazzi, da dove tutto cominciò.







La casa abitata dai Gavazzi a Canzo

Canzo, in effetti, si trova al centro di quella che fu una delle più importanti vie della seta, quella che da Milano, passando per Erba, risaliva la Vallassina per raggiungere poi Bellagio. Di lì, risalendo le acque del Lago di Como fino a Colico, il percorso proseguiva per Chiavenna, porta di accesso per la Svizzera e quindi la Germania.
Possiamo dire che la vera storia comincia solo all’inizio del ‘700, quando Carlo Francesco Gavazzi (1688-1733), commerciante, si trasferisce proprio a Chiavenna: a Canzo si produceva, ma il vero centro commerciale era questa città al confine con i Grigioni dove, non a caso, risiedevano molte delle famiglie setaiole più importanti della Brianza lecchese e comasca (i Casanova e gli Omega; i Dell’Oro, gli Agudio e i Bovara). Le notizie su questo primo importante esponente della dinastia sono pochissime. Di sicuro si sa che l’attività commerciale fu fruttuosa e che riuscì a tessere una rete di conoscenze e di legami che la famiglia seppe in seguito mettere a buon frutto.


Il figlio di Carlo Francesco, infatti, fu chiamato da una di quelle famiglie amiche, i Bovara, a dirigere una delle loro più importanti filande, quella di Parè (un piccolo borgo vicinissimo alla città di Valmadrera) . A Pietro Antonio (1729-1797) si può certo far risalire l’ascesa industriale dei Gavazzi: dopo aver diretto, con ottimi risultati, la filanda Bovara, decise di avventurarsi in proprio acquistando a Valmadrera alcuni filatoi. Nasceva così l’impresa “Pietro Gavazzi S.A.”, nucleo dell’attività industriale intorno al quale si costruiranno le fortune della dinastia.  


La filanda Bovara a Parè
Altra figura fondamentale fu il figlio di Pietro Antonio, Giuseppe Antonio Gavazzi (1768-1835), il quale sviluppò e migliorò la produzione delle filande valmadreresi e allargò questo nascente impero industriale acquistandone di nuove - a Bellano, per esempio .

 
Giuseppe Antonio Gavazzi







Lo stabilimento Gavazzi a Bellano, in seguito sede del cotonificio Cantoni


Nel periodo napoleonico Giuseppe Antonio divenne uno dei maggiori produttori di seta, e negli anni Venti dell’800 la sua filanda (detta il filandone) risultava già come una delle più importanti in Lombardia.

 
Foto dall'alto della villa e dello stabilimento Gavazzi a Valmadrera


I Gavazzi ormai si erano stabiliti a Valmadrera. Giuseppe Antonio, forte delle fortune che si stavano accumulando, acquista allora diversi terreni e, dalla contessa Teresa Casati Confalonieri, il palazzo che diventerà la residenza principale della famiglia.


 
Villa Gavazzi a Valmadrera


Lo amplia, lo migliora e lo ingrandisce grazie al sapiente intervento dell’architetto e amico Giuseppe Bovara, il quale interviene anche nei progetti di miglioramento delle filande. 


L'architetto Giuseppe Bovara
Se, come è stato scritto, l’ideologia di fondo della famiglia Gavazzi si caratterizza per “severo conservatorismo cattolico con forti venature autoritarie, non privo peraltro di interessanti sensibilità e genuine aperture sul piano sociale” [voce Dizionario biografico degli italiani], allora possiamo dire che fu proprio Giuseppe Antonio il primo a definirne i contorni. Si occupò delle condizioni di lavoro dei suoi dipendenti, della loro educazione – organizzò scuole professionali per i bambini, asili per i figli delle lavoratrici. A Valmadrera fece quello che più tardi fecero i Crespi a Canonica d’Adda o i Rossi a Schio: sperimentò il modello di “città sociale”, una città di fatto amministrata dall’imprenditore che ne controlla la vita sociale ed economica promuovendo lo sviluppo di strutture sociali e scolastiche.

Se però volessimo rintracciare la figura centrale di tutta la storia Gavazzi, dovremmo allora riferirci a uno dei sedici figli di Giuseppe Antonio, Pietro Gavazzi (1803-1875), quello che non a caso in famiglia viene chiamato Pietro “il Grande”. Operò in anni difficile per l’industria 

 
Pietro Gavazzi


lombarda della seta, colpita dalle ripetute malattie dei bachi. Non si limitò ad accrescere le unità produttive e gli impianti industriali, ma introdusse nelle sue fabbriche una nutrita serie di miglioramenti tecnologici. Con tutta probabilità la sua grandezza consistette nella capacità di far sì che la sua impresa venisse pienamente investita dalla rivoluzione industriale in corso, della quale seppe trarre tutti i vantaggi. Acquistò una filanda a Desio, fu banchiere e ricoprì cariche politiche – nel 1848 fu uno dei membri del Governo Provvisorio di Lombardia e, come tale, uno dei firmatari dell’annessione alla Monarchia di Sardegna.


La filanda Gavazzi a Desio
Di lui si ricorda anche la vita privata, e in particolare il suo matrimonio con Ernestina Pascal, figlia naturale del vicerè Eugenio Beauharnais.
 


Ernestina Pascal

Con Pietro la grande famiglia si divide, al ramo valmadrerese si aggiunge quello di Desio. In questa città della Brianza, infatti, dove aveva già acquistato una filanda, Pietro assegna ai suoi ultimi figli, Egidio e Pio, la direzione della neonata impresa industriale: il 16 



Pio Gavazzi


gennaio 1870 nasce la Egidio & Pio Gavazzi. Tra tutti i figli fu proprio Egidio (1846-1910) il più rappresentativo, quello che più degli altri continuò la grande tradizione industriale dei suoi avi.


Egidio Gavazzi
Nel contesto dell’industria lombarda dell’epoca, la Egidio & Pio Gavazzi rappresenta un’eccezione, non solo per la dimensione e la modernità dei suoi impianti, ma anche per il tipo di produzione intrapresa. Egidio sceglierà di specializzarsi nella produzione di seta per ombrelli e riuscì a espandere il suo mercato anche a piazze difficili come quelle inglesi e francesi.
 

 
Lo stabilimento della Egidio & Pio Gavazzi a Desio


Sposò Giuseppina Biella e, come da tradizione, ebbe una famiglia particolarmente numerosa, composta di undici figli. I maschi vennero coinvolti a vario titolo nelle numerose attività di famiglia, alle quali, dal 1909 si aggiunse l’attività bancaria: Egidio Gavazzi favorì la creazione di una Cassa Rurale, sulle cui fondamenta nascerà poi il Banco di Desio 

 
Giuseppina Biella


Particolarmente impegnato sia nell’attività bancaria sia direttamente nella produzione industriale, il terzogenito, il “nostro” Luigi Gavazzi.

ANDREINA COSTA E LUIGI GAVAZZI 

Il matrimonio tra la figlia dei miscredenti socialisti e il rampollo della famiglia cattolica e borghese si celebrò nel 1904. All’inizio sollevò qualche polemica giornalistica e qualche imbarazzo nei rispettivi campi, ma presto tutto si risolse nel migliore dei modi. Talmente bene e talmente in fretta da lasciare poco spazio allo spunto romanzesco: anche se sulla carta gli ingredienti c’erano tutti, nella realtà la storia di Luigi e Andreina non poteva alimentare la fantasia dello scrittore.
 

 
Andreina Costa e Luigi Gavazzi


Di tutto ciò Brocchi era perfettamente consapevole. Giovane militante socialista conobbe Anna Kuliscioff al congresso di Firenze del 1897, dove la incontrò insieme a Turati: “La rivedo sotto il cappello a cencio, con quel suo inesprimibile sorriso, luminoso di arguzia, di bontà e d’affettuosa ironia, alto più della gente che gli faceva ressa intorno. La signora Kuliscioff pareva sollevarsi sulla personcina per posargli la mano sulla spalla; ed ecco egli Le parlò. Odo la sua voce che non mutò mai né tono, né timbro, né dolcezza quando diceva: Anna!” [In memoria, p. 114].
Dopo la pubblicazione del libro, Brocchi divenne frequentatore assiduo dell’appartamento che Anna condivideva con Turati, al numero 23 dei Portici della Galleria in piazza Duomo, appartamento nel quale la Kuliscioff si trasferì a partire dall’autunno del 1891 – le stesse stanze che ospitavano la sede dalla storica rivista Critica sociale e quindi frequentate dai nomi più illustri della politica e della cultura del tempo. Questa l’emozione della prima volta: “Mi batteva il cuore quando l’ascensore mi depose all’ultimo piano dinanzi all’”appartamento” di Anna Kulsicioff. Premei il bottone del campanello senza accorgermi che la porta era accostata, non chiusa. Un piccolo andito, e di là un’anticamera fatta più angusta da un alto armadio che occupava tutta una parete: si scorgeva a destra una fila di stanze luminose; a sinistra, quasi di fronte a chi entrava, lo studio-salotto che aveva per pareti a sud e a ponente due vetrate; quella di mezzogiorno pareva bloccata dal fianco aquilonare e dalle abbaglianti guglie del Duomo; nell’angolo formato dalle due vetrate posava un largo divano di velluto verde. Vi stava seduta, quasi rannicchiata, la signora Anna, e una raggiera di sole battendole sui capelli già scoloriti ne traeva un vago bagliore d’oro” [V. Brocchi, Luce di grandi anime, Mondadori, 1961, p. 114]. A quell’epoca era già malata. Alla tubercolosi polmonare rimediata nel carcere fiorentino di S. Verdiana nel 1878, si aggiunse un’artrite deformante “che prima le aveva deformato le mani, a poco a poco l’aveva attanagliata alle caviglie, le aveva anchilosato le ginocchia, così che quando ella, venendo dal tinello attraversava il salotto, pareva trascinarsi come una rondine ferita" [Ivi, p. 123].
Tornando al romanzo, lo stesso Brocchi racconta come “ero ancora insegnante a Bologna quando dopo Le aquile, Emilio Treves pubblicò La Gironda, il secondo romanzo della mia trilogia sociale. Ettore Janni lo definì “storia d’amore in campo rosso”: sarebbe esatto se si aggiungesse “romanzo dell’eresie socialiste”, nel quale la passione politica colora, senza determinarla, una doppia storia d’amore; l’amore di una timida figliola di ricchi industriali per un giovane medico socialista; e l’amore di una giovinetta di famiglia socialista per un giovanotto di ricca famiglia cattolica” [ivi, p, 113].
Brocchi ci rivela quindi un elemento taciuto nelle poche righe della stroncatura gramsciana: La Gironda narra, oltre a quella della figlia di Costa e Kuliscioff, un’altra storia, una storia che si spinge un po’ più in là nelle pieghe del conflitto sociale rendendo l’amore davvero impossibile. Succede infatti che l’ardimentoso, virilissimo militante socialista cugino di Sofia, Andrea Cerri, s’innamori, corrisposto, della dolcissima, ma quanto delicata e timorosa Gilda, sorella del Corbelli – per altro legato al Cerri da profondissima amicizia. Luigi e Andreina, il loro amore sereno e tranquillo, si collocano allora sullo sfondo, lasciando ad Andrea e Gilda il compito di interpretare i rispettivi ruoli dell’eroe coraggioso e dell’eroina romantica, bellissima e indifesa. Gli ideali socialisti di lui, i vincoli famigliari di lei; le liaisons dangereuses intrecciate dall’intrigante zia e la presenza ingombrante di un cugino promesso sposo di Gilda; la malattia e la morte di Andrea: ecco i fili con i quali il Brocchi intreccia il suo romanzo sulle eresie socialiste.


Abbandoniamo allora il romanzo e torniamo alla storia vera. Come detto, il matrimonio si celebrò nel 1904, a settembre. La grande famiglia di socialisti milanesi entrò in subbuglio, le malignità si sprecarono; i giornali soffiavano sul fuoco. Una lettera di Anna a Turati ci restituisce bene il clima: “Mio carissimo, per compiere il mio calvario ci è voluto anche il can can dei giornali. Ieri “L’Italia del Popolo” da vera canaglia, volendo colpire me, diede la notizia del fidanzamento di Ninetta con l’aggiunta del matrimonio religioso, dove si rannicchiava la freccia velenosa. Il Suzzi del “Sera” mi mandò non so quale suo reporter per sapere quel che c’è di vero. Io risposi che del vero c’è che i giovani si sono promessi e si sposeranno; in che forma poi, ne sono arbitri essi stessi, e la mia figlia, avendo 22 anni, è libera di agire anche al di fuori della mia volontà. […] E qui tutto sarebbe finito, se il “Corriere”, stupidamente, non avesse oggi accompagnato la notizia con due righe ben ridicole, e cioè che, se è vero matrimonio religioso, la vittoria sarebbe della famiglia Gavazzi" [Lettera di Anna Kuliscioff a Filippo Turati, 22 marzo 1904].


La polemica, però, presto si tacque; le acque tornarono calme e la coppia cominciò così la sua vita tranquilla tra il palazzo Gavazzi di via Brera a Milano [il palazzo non esiste più, distrutto dai bombardamenti nella notte tra il 7 e l’8 luglio 1943. Al loro posto edifici anonimi] e la grande casa di Desio. Luigi si immerse da subito negli affari e nelle numerose attività amministrative e assistenziali. Andreina si prese cura dei cinque figli - Guido (1905), Annamaria (1907), Ernestina, (1908), Egidia (1910) e Pietro (1913). La tranquillità famigliare fu interrotta nel 1914, quando Luigi si ammalò: una nefrite che lo portò alla prematura morte nell’aprile del 1917.


In memoria di Luigi Gavazzi
Come vedremo, quella che ancora nel 1909 poteva risultare al massimo come una vicenda quasi romantica, prese con gli anni la piega di una vicenda esemplare, ad alto contenuto simbolico capace di attirare l’attenzione dei molti per la sua evoluzione imprevista e, in un certo senso, sorprendente – dove non poté il romanzo, riuscì la storia.
Sorprendente, innanzitutto, fu la reazione delle due famiglie. Chi si aspettava la fragorosa collisione tra due mondi opposti restò deluso. L’unico ad opporsi fino in fondo fu Andrea Costa, nonostante gli interventi decisi e lapidari di Anna Kuliscioff. Lo scambio di lettere nei giorni del fidanzamento sono spesso violente. Costa rimprovera all’ex compagna di averlo tenuto all’oscuro e lontano. Anna risponde con fermezza: “Carissimo Andrea, se tu sapessi tutta la storia del fidanzamento di Ninetta, se tu sapessi quanto ho sofferto in questi ultimi quindici giorni, t’assicuro che avresti trovato, se non altro, una parola di compassione e non di offesa per me. […] E ti prego di un’altra cosa; qualunque fossero i tuoi dubbi, di una cosa stai sicuro ed è, che alla Ninetta fu sempre instillata la massima stima, ed il rispetto pel suo padre; l’affetto che ha per te non hai potuto instillarlo che tu, e ti prego caldamente di risparmiarmi per l’avvenire le allusioni offensive, perché sono ingiuste e non meritate” [Lettera di Anna Kuliscioff a Andrea Costa, 22 marzo 1904]. Aveva cresciuto la figlia in perfetta solitudine e spesso nelle più difficili condizioni, certo non poteva accettare rimproveri di sorta. Con Andreina Andrea ruppe i rapporti, praticamente non si rividero più. Rimanevano le lettere, che continuavano a circolare, e le notizie di rimando riferite da Anna. Continuò a chiedere e ricevere notizie dei nipoti, dai quali però non si fece mai chiamare nonno. Nipoti che praticamente non lo conobbero e non lo frequentarono mai – il vero nonno fu Filippo Turati (“Filipin”, come lo chiamavano con voce lombarda), compagno della loro amatissima nonna Anna.


Nemmeno tra i Gavazzi si alzarono barricate. Qualche malcontento tra gli zii e i fratelli di Luigi, già pienamente attivi nelle numerose attività industriali, commerciali e finanziarie della famiglia; forse qualche sopracciglio aggrottato tra le sorelle - l’energica Ernestina Belgiojoso, 

Ernestina e Fanny


l’inappuntabile, e un “poco fredda”, Fanny Dubini – ma niente di più. Il tentativo di spedirlo in America per affari fallì miseramente: Luigi tornò con l’intatta determinazione di sposare Andreina e ai Gavazzi non restò che arrendersi all’evidenza.

Del futuro genero Anna ha da subito un’impressione positiva, opinione che si rafforzerà dopo il matrimonio e col passare degli anni. Una lettera al nipote Guido, scritta a tre anni dalla morte del padre, ce ne offre la conferma: “sono unita nel pensiero d’amore e di devozione a te, alla tua mamma e al tuo impareggiabile papà che ti veglia dall’alto e certo di aiuterà perché tu ti faccia un uomo probo, onesto, nobile come lo era lui…” [Utopia profezia, p 34].
Tra le numerosissime e più che quotidiane lettere che Anna e Filippo si scriveranno negli anni della loro relazione, la giovane coppia fa l’oggetto di preoccupazioni frequenti, di interesse genuino. Luigi è spesso in viaggio per lavoro. Quando capita a Roma rende visita al Turati, il quale lo conduce per musei o lo aspetta per una visita al Parlamento. Se Andreina è con lui incombe invece il gradito obbligo del pranzo in casa degli affezionatissimi Bissolati, Leonida e la moglie Carolina.
Ma i “nonni” Anna e Filippo intrecciano anche con i piccoli Gavazzi un rapporto di complice affettuosità. Il rapporto sarà particolarmente stretto con i due primogeniti, Guido e Annamaria. La loro intelligenza e la loro passione per lo studio furono di sicuro un canale privilegiato per entrare in sintonia con la grande nonna Kuliscioff.
Andreina fu subito ben accolta dalla grande famiglia borghese. Dalle impressioni che si ricavano dalle lettere e dai diari, sembra che anche i Gavazzi accettarono con facilità la moglie innamorata e la madre premurosa. Il padre di Luigi, Egidio, e la madre, Giuseppina Biella, l’accolsero come una figlia. 


 
Egidio Gavazzi


Giuseppina Gavazzi Biella
 
A rompere gli indugi fu quest’ultima. Luigi, dopo il fallito viaggio della speranza cui i Gavazzi sottoposero l’erede nella speranza di un improbabile ripensamento, è di nuovo in America ed è allora con una lettera che Andreina gli racconta dell’avvenuto incontro con Giuseppina Gavazzi Biella. Tramite un biglietto consegnatole dal sacerdote che la stava preparando al battesimo, don Pietro Stoppani, Andreina riceve appuntamento dalla futura suocera nella chiesa del Carmine, in centro a Milano. Andreina riferisce dell’appuntamento in una lettera a Luigi, in quei giorni in America: “Io arrivai prima, ero commossa e agitata come poche volte nella vita; appena entrò, capii che era lei, mi guardò con la sua buona faccia sorridente e io le andai incontro, mi baciò” [Non solo seta, p. 391].


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mercoledì 31 maggio 2017

DAL FRIULI A VERDERIO: UNA STORIA D'IMMIGRAZIONE di Marco Bartesaghi

Canciani, d’Anzul, Scubla, Del Fabbro; poi Pelizzo, Virgilio, Miscoria, Molinaro. Sono cognomi presenti a Verderio da decenni, che hanno in comune il luogo di provenienza: la regione Friuli e la provincia di Udine.
Famiglie che si conoscono ancor prima di trasferirsi a Verderio e che innescano una catena d’immigrazione nella prima metà degli anni cinquanta, che si protrae fino ai primi anni settanta del novecento.
Alcuni degli arrivati non provengono direttamente dal Friuli, ma da paesi dell’Europa dove erano emigrati in precedenza.


I CANCIANI
 

Il primo a trasferirsi a Verderio, nel 1953, è Bruno Canciani, classe 1922, che lavora a Milano presso una fornace di mattoni. Nel capoluogo lombardo era giunto dopo aver vissuto per cinque anni in Francia. Prima di scegliere Verderio aveva tentato, con Pietro Scubla, di acquistare un albergo sul lago di Varese, ma la trattativa non era andata in porto.
 

Viene a Verderio perché un amico lo informa che la famiglia Nava, che si è trasferita a Osnago, vende alcuni locali del lato sud della cascina Brugarola.
 

 
Cascina Brugarola a Verderio


Nel 1954 raggiungono Bruno, dal Friuli, i suoi famigliari: il papà Giuseppe (1895 - 1963), la mamma Massimina Cotterli (1904 – 1994), il fratello Onorino, tredicenne. Li convince a lasciare il Friuli la difficoltà di trovare lavoro in quella regione.
 

A Natale del 1955 si unisce a loro anche il fratello Dante (1935). Anch’egli, come Bruno, proviene dalla Francia, dov'era emigrato all'età di 15 anni.
 

Della famiglia facevano parte anche due sorelle Edda e Ida  che, sposate, vivevano a Torino. 

 ***

I Canciani sono originari di Campeglio, una frazione del comune di Faedis, in provincia di Udine.
 

 
Un'immagine di Campeglio di Faedis


In paese sono proprietari della casa dove abitano, costruita con la pietra cavata da loro stessi in una cava della zona. Il proprietario gliel’aveva concessa gratuitamente a patto che loro gli preparassero anche quella necessaria per costruire il suo mulino.
 

Giuseppe Canciani è sensale nella vendita di animali e, con carri trainati da cavalli, svolge anche attività di trasporto.
 

Per un certo periodo, prima della seconda guerra mondiale, la famiglia risiede a Plezzo, un paese dell'alta valle dell'Isonzo, ora in Slovenia, dove la signora Massimina ha aperto un negozio di frutta e verdura.
 

Un grave incidente subito da Giuseppe, che, alla guida del suo carro, viene travolto da un camion sulla strada per Cividale, li costringe a tornare a Campeglio.

 ***

Il Friuli è stata per secoli terra di emigrazione [1]. Giuseppe in Germania ci va all'età di 12 anni. Torna in Italia, ventenne, allo scoppio della prima guerra mondiale, perché se fosse rimasto là avrebbe dovuto combatterla contro gli italiani.
 

Non si sottraggono all'emigrazione all'estero i suoi due figli maggiori, Bruno e Dante. Il primo parte, intorno al 1947, per la Francia. Dante lo raggiunge nel 1951. Restano insieme però per poco tempo, poiché nel '52, Bruno trova la fidanzata e torna in Italia, a Milano, per esserle più vicino.
 

Bruno Canciani con la moglie, Maria D'Anzul, in piedi, e la cognata Gesuina
 
Dante in Francia ci va ufficialmente come turista, perché ha solo 15 anni e cinque mesi, età non sufficiente per un contratto di lavoro regolare. Ricorda di aver trovato impiego prima in una cava e poi in un cantiere per la costruzione di una diga: “lavoravo con quei trapani che una volta erano collegati con grossi tubi per l’aria compressa e tremavano tutti. La sera, anche dopo aver finito il lavoro, andavi avanti a tremare. Si figuri poi io, che allora ero alto un metro e cinquanta ...”.
In Italia viene per un mese all'anno, nel periodo di Natale.


Dal Friuli, la famiglia di Bruno arriva a Verderio con un camion a rimorchio che, troppo pesante per la strada ancora sterrata, si adagia nel fossato e vi rimane per tutta la notte.
Hanno portato con sé i mobili e due vacche di razza Simmental, bianche e rosse, molto grandi (tra i 5 e i 7 quintali). Bestie insolite, per la loro mole, agli occhi dei verderiesi, che si stupiscono ancor più vedendole mungere da un ragazzino, Onorino. Lui ricorda una vicina, Irene Oliveira, che chiama a raccolta gli altri contadini: “Gènt, vegni chi a vedè ch’el bagaij chi ch’al munc ul vacun”.
 

Il primo impatto con la nuova casa a Verderio non è buono: è disabitata da tempo, il tetto fa acqua da tutte le parti, i serramenti sono cadenti, le porte basse, i camini completamente anneriti. Prima rifanno il tetto, poi, lavorando ogni giorno fino a mezzanotte, dopo le dieci ore passate in cantiere,  recuperano a una a una le stanze. Il risultato è più che dignitoso.
 

Anche alcune abitudini dei verderiesi li lasciano perplessi: per paura dei ladri chiudevano a chiave la porta di casa– cosa che in Friuli, a loro dire si fa solo da dopo il terremoto del 1976, quando sono cominciati ad arrivare parecchi forestieri -; portavano al piano di sopra, dove dormivano, la radio e la bicicletta; ritiravano e mettevano sotto il tavolo anche la gabbia con le galline.
 

Rimangono invece meravigliati dalle capacità e dalla precisione dei contadini locali nel loro lavoro, - “non un grano fuori posto, i covoni di frumento perfetti, il granoturco che cresceva con solo il melgasc, senza una foglia intorno” - livelli irraggiungibili, pensano, per loro che iniziano a fare lo stesso mestiere.
 

La convivenza con le famiglie che già abitavano in cascina non è mai stata difficile, le abitudini diverse non creavano problemi. Una certa diffidenza nei loro confronti, in quanto forestieri, si notava quando si recavano in paese, ma anche questo atteggiamento fu presto superato, grazie alla conoscenza reciproca.
 

Insieme alla casa Bruno aveva acquistato alcuni terreni. Questi erano ancora ingombrati dai gelsi, eredità della passata epoca dell’allevamento dei bachi da seta. Lasciato il lavoro alla fornace, si dedica a sradicarli e a venderne il legname. Quando un anno dopo la famiglia lo raggiunge, acquistano altri appezzamenti di terra  - dal signor Brivio, barbiere di Verderio Superiore, e da un certo Camillo – e iniziano a lavorarla.
 

Non ci mettono tanto però a capire che con l’agricoltura non sarebbero riusciti a tirare avanti e tutti e tre i figli maschi trovano lavoro come muratori nell’impresa edile Leoni di Sulbiate, una ditta che esiste ancora oggi e che allora aveva una settantina di dipendenti.
 

Il lavoro dei campi rimane ancora, nelle ore libere, il sabato e la domenica, come anche, al mattino appena alzati, la mungitura e il rifornimento dell’acqua, che ancora non arrivava fino a casa. Bell’impegno, se sommato alle dieci ore su e giù dai ponteggi e all’altra oretta in bicicletta per andare e tornare dal cantiere.

***
 Bruno Canciani, nel 1955, sposa Maria D’Anzul (1926 – 1992). Avranno due figlie, Daniela nel 1956 e Bruna nel 1957.
 

 
Maria D'Anzul e Bruno Canciani


Il 22 maggio 1959, una giornata piovosa, mentre si reca al lavoro in motorino, in centro ad Arcore Bruno viene investito da un camion della ditta Cademartori. Nella caduta batte la nuca e muore sul colpo.
 

Dante rimane celibe e ancora oggi abita i locali di cascina Brugarola dove si era insediata la famiglia arrivando a Verderio.
 

Dante Canciani
 
Onorino sposa Flora e ora è pensionato.

Onorino Canciani
 ***

Da Torino si trasferisce a Verderio anche Lidia Cosatto, figlia di Ida Canciani, nata nel 1946, che nel 1970  sposa Rinaldo Corno. Lidia lavorerà nell'ufficio postale di Verderio Inferiore, fino a diventarne direttrice.

I D'ANZUL

Quando Maria d’Anzul si trasferisce a Verderio, dopo aver sposato Bruno Canciani, porta con sé la famiglia: il papà Giovanni (1887 - 1980), nato a Borgo Cancellier, frazione di Attimis (UD), la mamma Matilde Cerneaz (1901 - 1989), di Faedis, e la sorella Gesuina. La famiglia comprende anche il fratello Rinaldo (1922 – 1954), reduce dalla campagna di Russia, che muore in Belgio, dove era emigrato per lavorare nel bar di uno zio. Nel 1987 la sua salma è stata rimpatriata e ora è sepolta a Verderio.


 

Anche i D’Anzul si insediano in cascina Brugarola, in alcuni locali del lato ovest, a destra, entrando, del portone d’ingresso.
 

Come quando abitava in Friuli, Giovanni continuerà a fare il contadino anche a Verderio.

Giovanni D'Anzul in cima al covone a cui sta lavorando con le figlie Gesuina, in centro, e Maria, a sinistra

Maria, dopo la morte del marito avvenuta nel 1959, sarà assunta come bidella alle scuole medie del paese, che allora avevano sede nel municipio di Verderio Superiore.
 

 Giovanni D'Anzul con la moglie Matilde Cerneaz; a destra le nipoti Daniela, seduta e Bruna Canciani; a sinistra una sorella di Matilde con una figlia.
Gesuina, classe 1930, è fidanzata con un altro friulano, Pietro Scubla, che fin dall'inizio era coinvolto con Bruno Canciani nell'idea di acquistare casa a cascina Brugarola

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lunedì 29 maggio 2017

FIORITURA DEI GLICINI A VERDERIO di Marco Bartesaghi











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giovedì 13 aprile 2017

martedì 11 aprile 2017

I PROSSIMI INCONTRI ORGANIZZATI DALLA COMMISSIONE BIBLIOTECA DI VERDERIO


LA COMMISSIONE BIBLIOTECA DI VERDERIO
presenta







 CI SEPARIAMO … E I NOSTRI FIGLI?
Sabato 22 aprile, ore 15.00 

PERDERE UNA PERSONA CARA
Sabato 29 aprile, ore 15.00


 ***




 Jurij RAZZA presenta
il progetto del suo documentario

SULLA RIVA DEL LAGO
memorie dall’inferno di Ravensbruck

 Lunedì 24 aprile, ore 21.00

***


 GLI ZINGARI NELL'ARTE
da Leonardo a Picasso
 Angelo ARLATI

Venerdì 5 maggio, ore 21.00

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VACCINI E VACCINAZIONI
riflessioni per una scelta consapevole

 Sandro ZANETTI

Università degli studi di Milano

Venerdì 12 maggio, ore 21.00



TUTTI GLI INCONTRI SI SVOLGONO PRESSO 

LA SALA CIVICA DI VILLA GALLAVRESI

VIALE DEI MUNICIPI, 20, VERDERIO